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IL LOCKDOWN FA BENE (AI VELOCISTI MADE IN ITALY)?

IL LOCKDOWN FA BENE (AI VELOCISTI MADE IN ITALY)?
Nell’immediato periodo post isolamento al rientro dalle competizioni sono arrivati risultati cronometrici dei nostri velocisti che mai si erano visti. Una casualità oppure l’allenamento nel parco/giardino di casa ha funzionato?


Il n.1 dello sprint italiano Filippo Tortu fa 10’’12 a Savona a Luglio battendo il nostro Marcel Jacobs (10’’14). Flavio Desalu sempre a Savona finisce terzo in 10’29 e il lunghista Filippo Randazzo reduce da un 8.12 metri a Savona subito dopo a Rieti si cimenta sui 100 metri e vince con 10’’32. Per non parlare di Davide Re ;questi i suoi tempi all’esordio: 10’’47 (PB) sui 100 metri, 20’’69(PB) a Rieti sui 200 metri poi sui 400 metri in 45’’31 (suo record italiano nel 2019 in 44’’77 )e a un soffio dal record italiano del compianto Donato Sabia (1:00:08 del 1984) dei 500 metri con un ottimo 1’00’’30 a Rieti a Luglio. Sono prestazioni estemporanee oppure, essendo praticamente degli esordi stagionali, segnano un punto fermo per una grande stagione della velocità italiana? Sicuramente a livello tecnico questi dati fanno riflettere perché avvenuti dopo uno stop o semi stop dovuto al periodo di quarantena. Forse il periodo forzato di assenza dalle prime competizioni ha fatto si che gli atleti nostrani si sono dovuti “arrangiare” con allenamenti “old style” nel cortile o nel vialetto di casa o nel giardino (mini runninginthepark?) (es. Tortu) oppure , immaginiamo, con sedute pure di potenziamento. Un paio di indizi interessant sono prima il caso di Filippo Randazzo; non si è potuto allenare ,sempre immaginiamo, sulla tecnica in quanto non aveva a disposizione il campo di gara  e quindi ha focalizzato l’attenzione sulla velocità. Dalle prime evidenze ha clamorosamente beneficiato la prestazione sui 100 metri diventando un outsider di lusso e un ,magari, interessante staffettista per la nazionale italiana e nel frattempo ha saltato benissimo al suo esordio. Secondo esempio: Davide Re allenandosi per la velocità ha scoperto un potenziale altissimo sui 200 metri e ,a tutti gli effetti, ha esordito magnificamente sui 400 metri (il suo è miglior tempo mondiale stagionale). A noi non sembrano casualità, ma inaspettatamente, forse una nuova via nella metodologia del training della velocità! 

Corrado Montrasi
Milamo, 23/07/2020


VERTICAL LIMIT

VERTICAL LIMIT
Stefano Mossini ci racconta il weekend lungo di Trekking sulle Dolomiti
 
AB: “Cosa pensavi mentre eri là sulle Dolomiti?”
Stefano: “Ho pensato a tutto quello che mi sono perso in tanti anni, quando ignoravo la bellezza delle montagne…”.

AB: “Perché? Davvero non eri mai stato sulle Dolomiti?”
Stefano: “Diciamo che le frequento da poco, l’anno scorso ci sono andato in inverno, con la neve”.
 
AB: “C’è una bella differenza tra inverno ed estate in questi posti, sei d’accordo?”
Stefano: “Ecco, ho ammirato la versatilità del posto. Ho rivisto le stesse piste, che si prestavano bene allo Sci di Fondo, adattarsi ora magnificamente alle ruote della mountain bike”.
 
AB: “Con chi sei andato stavolta?”
Stefano: “Con l’associazione Trekking Taro e Ceno. Tutte le guide del gruppo sono iscritte ad AIGAE, l’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche. Hanno seguito impegnativi corsi della Regione Emilia-Romagna, ottenendo così l’abilitazione a esercitare la professione”.
 
AB: “Quando siete partiti?”
Stefano: “Siamo partiti venerdì l’altro, il 3 luglio, alle 6 e mezza del mattino, e siamo tornati domenica sera 5 luglio verso le 23.00”.
 
AB: “Da dove siete partiti?”
Stefano: “Due macchinate sono partite da Parma, una da Piacenza e un’altra da Verona. Eravamo in dieci”.
 
AB: “E in quali luoghi siete stati di preciso?”
Stefano: “Il primo giorno siamo stati al Lago di Braies, il secondo alle Tre Cime di Lavaredo e il terzo giorno al Picco di Vallandro”.
 
AB: “Fin dove siete arrivati durante la visita alle Tre Cime di Lavaredo?”
Stefano: “Fin sotto alle Tre Cime, appunto. Solo il muro di roccia verticale ci ha fermato ...”.  (Ride)
 
AB: “Cosa è rimasto del ghiacciaio?”
Stefano: “C’è rimasto qualche fazzoletto di neve e ghiaccio, ma solo delle tracce di quello che era il ghiacciaio di qualche decina di anni fa …”.
 
AB: “Cosa hai apprezzato particolarmente?”
Stefano: “Il Picco di Vallandro è stupendo! Sei di fronte alle Tre Cime di Lavaredo, e mentre sei là per aria hai praticamente la vista a 360 gradi sul cuore delle Dolomiti. Ti trovi tra la vallata del Lago di Braies e la Vallata delle Tre Cime. Lì ti viene facile dimenticare tutte le miserie terrene, perché percepisci bene di essere vicino al cielo!”.
 
AB: “Dove avete dormito?”
Stefano: “A Dobbiaco, in albergo, dove abbiamo anche cenato venerdì e sabato. A pranzo invece abbiamo mangiato nei rifugi”.
 
AB: “Avevate un capo squadra, giusto?”
Stefano: “Certo, la guida Antonio Mortali.E’ un grande esperto in botanica”.
 
AB: “Dicevi che eravate un gruppo composto da dieci persone, ma di quale fascia di età?”
Stefano: “Beh il più giovane era mio figlio Cristian, che ha appena finito l’esame di maturità. Gli altri erano invece un po’ più maturi, diciamo sui 40 o 50, sicuramente sotto i 60. Il gruppo era composto da 4 uomini e 6 donne”.
 
AB: “Conoscevi già qualcuno?”
Stefano: “Oltre a mio figlio, ovviamente, conoscevo Floriana, una mia amica di Reggio Emilia”.
 
AB: “I sentieri erano impegnativi?”
Stefano: “Beh, un po’ sì, ma il gruppo è rimasto sempre unito … ci si aiutava.  Come dicevo prima, solo il limite verticale ci ha fermato. Per il resto si è camminato sempre bene”.
 
AB: “Come è stato il rapporto con i compagni di avventura?”
Stefano: “Direi molto cordiale con tutti. Non si sono formati sotto-gruppetti perché tutti parlavano con tutti, nella massima cordialità e serenità. Purtroppo la sera eravamo troppo cotti per socializzare ancora e dopo un breve giretto in paese (a Dobbiaco) si andava a nanna sfiniti”.
 
AB: “Il tuo abbigliamento si è rivelato adatto alle condizioni atmosferiche?”
Stefano: “Certo. Avevo magliette termiche, scarpe da Trekking e pantaloncini. Poi nello zaino le cose più pesanti in caso di bisogno”.
 
AB: “C’è un filo conduttore tra le Dolomiti e le montagne dell’Appennino più vicine a casa tua?”
Stefano: “Non saprei…forse le montagne rispondono all’esigenza di natura incontaminata di cui abbiamo particolare bisogno in questa epoca. Una necessità quindi, non un lusso”.
 
AB: “Le dolomiti rievocano allo sportivo attento l’eco di una storia di uomini che lassù, sotto diverse bandiere, combatterono gli uni contro gli altri. Ci hai pensato?”
Stefano: “No, sinceramente non mi è venuta in mente la Grande Guerra. Ho pensato alla fatica che facevano gli alpini, ma non quelli di 100 anni fa. Ho pensato a quelli che hanno fatto il militare qui negli anni Sessanta e Settanta, quando la vicinanza alla ex Jugoslavia creava delle tensioni non indifferenti …”.
 
AB: “Nel 1915 migliaia di uomini italiani ed austriaci si trovarono a combattere a quote così elevate che nessun esercito al mondo aveva mai affrontato prima. Anche sulle Tre Cime di Lavaredo si combatterono diverse battaglie. Più in generale la guerra sulle Dolomiti fu soprattutto di posizione e per questo vennero costruiti cunicoli, camminamenti e fortificazioni nella roccia, così come cunicoli nel ghiaccio. Ancora oggi sono visibili e ben conservati.”
Stefano: “Impressionante che sia veramente potuto succedere tutto ciò. Mi piacerebbe tornare sulle Dolomiti anche per fondermi nei luoghi che sono stati teatro di queste battaglie e magari poter ascoltare le anime degli uomini che non ce l’hanno fatta”.
 
Aris Baraviera, Milano , 11 luglio 2020.



Il FASCINO DELLE GEOMETRIE

Il FASCINO DELLE GEOMETRIE
 
E’ un martedì pomeriggio di fine giugno, una delle prime giornate calde di questa estate 2020. Stefano Mossini, detto “Il Mos” esce dalla sua casa di Parma per fare jogging con l’intenzione di percorrere il solito giro circolare che lui traccia in senso orario. Vuole smaltire l’acido lattico che ha accumulato nel weekend di trekking trascorso sulle Dolomiti.  Ha appena iniziato a correre da Viale Piacenza in direzione di via Buffolara e già sente che i muscoli delle gambe sono duri e tesi come pane avanzato da una settimana. Le camminate in altura sono state piacevoli ma anche piuttosto impegnative. Oltre all’acido lattico, Stefano fa i conti con il movimento della corsa che sembra arrugginito perché è da un po’ che non pratica, visto che negli ultimi tempi si è dedicato perlopiù alla mountain bike.  Dopo essere entrato in Strada Baganzola, gira verso est e raggiunge le sponde del torrente della Parma, poi tira dritto verso sud, e in prossimità della Strada delle Fonderie angolo Via dei Farnese, entra nel Parco Ducale.
 
Il Parco Ducale oggi è un insieme ordinato di giardini e piante che conserva i caratteri formali del giardino settecentesco, con un’atmosfera vagamente romantica che ha un po’ smussato e camuffato le rigide geometrie neoclassiche.  Il parco si estende per 208.700 metri quadrati ed è caratterizzato dalla presenza di quasi 1500 piante, molte delle quali hanno circa duecento anni.
Il parco nacque con Ottavio Farnese che fece erigere il Palazzo del Giardino nel 1561 al posto del castello trecentesco della Ghiara, e attorno alla nuova villa creò appunto dei giardini. I Farnese furono una nobile dinastia del Rinascimento Italiano e governarono il Ducato di Parma e Piacenza dal 1545 al 1731.  Ottavio, nipote di papa Paolo III, è stato il secondo duca. A fine del XVI secolo i giardini si presentavano ricoperti di boschi d’aranci, querce, pini e platani. Al loro interno vi erano anche delle peschiere con grande quantità di pesce e delle cave in cui venivano tenuti alcuni animali feroci. Il parco cadde in uno stato di declino a metà del Settecento durante la guerra di successione austriaca, quando tutti gli alberi secolari vennero tagliati e bruciati per fini bellici.  Con il ducato di Maria Luigia, già moglie di Napoleone, vennero reintrodotte nuove specie arboree tra cui platani che si possono ammirare ancora oggi. Maria Luigia governò dal 1815 al 1847 e fu molto amata perché realizzo diverse opere, tra le quali ricordiamo ad esempio il Teatro Ducale, ma soprattutto perché mantenne in vigore la legislazione napoleonica e anzi, nel 1820, sostituì al Codice Napoleone un codice civile ancora più avanzato.
 
Come tutti i runner che si allenano al Parco Ducale, anche Stefano predilige le strade perimetrali piuttosto che quelle interne, popolate perlopiù da famiglie che gravitano intorno alla Fontana del Trianon, una bella struttura monumentale dalle forme barocche che i bambini conoscono e amano perché è abitata dai cigni. Nel parco si notano anche parecchie bici, ma è raro vedere i ciclisti che si allenano qui perché a differenza del Parco della Cittadella non c’è un anello asfaltato dove possono scorrazzare veloci e indisturbati.
Stefano ora viaggia tranquillo e le gambe sembrano più sciolte di prima. Il suo cuore pompa bene e lui lo percepisce distintamente. Sa benissimo che un allenamento come quello di oggi aiuta a sviluppare un cuore più forte, soprattutto perché l’attività fisica coincide con i suoi miglioramenti dello stile di vita, come aver smesso di fumare e aver abbandonato una dieta ricca di grassi saturi. La corsa inoltre aiuta a eliminare l’ansia e lo stress post lockdown, favorisce lo sviluppo regolare del sonno e migliora l’umore. Mentre pensa a tutte queste cose, si sente leggero come una piuma e felice di aver intrapreso ormai da qualche anno un percorso salutista che l’ha portato a pesare 82 kg, cioè molti meno rispetto ai 108 che si trascinava precedentemente.   
 
Dopo un certo degrado che ha caratterizzato la struttura del parco negli anni Novanta del secolo scorso, nei primi anni del nuovo secolo il Ducale è stato sottoposto ad un forte restyling nel rispetto delle caratteristiche originarie: oltre al miglioramento dell’illuminazione e l’irrigazione, sono stati installati numerosi cestini e alcune nuove panchine con le doghe lunghe in legno, che hanno affiancato quelle già presenti in marmo bianco. Più in generale il Comune ha cercato di migliorare la fruibilità del parco e la sicurezza delle persone che lo frequentano, anche prevedendo una vigilanza costante. Nonostante questi lodevoli tentativi, il parco non è più frequentato come lo era stato in passato. Stefano ricorda con nostalgia gli anni Ottanta, quando il parco rappresentava un punto fermo per tutti i ragazzi parmigiani. Lo nota bene perché nel parco ci passa tutti i giorni, con sua mamma, con gli amici o con il cane. Ci passa anche perché è vicinissimo alla casa in cui vive.  Stefano ne parla spesso con amici e conoscenti, a cui racconta come il parco sia oggi maggiormente apprezzato dai non parmigiani, e in particolare dalle famiglie che sono arrivate a Parma negli ultimi anni dall’Europa centro orientale, dall’Africa occidentale e dall’Asia orientale.  Non si capacita di come i parmigiani autoctoni possano essere sempre più attratti dai centri commerciali, dalla liturgia dello shopping e dei fast food, anche se si rende conto di come queste moderne “cattedrali del consumo” siano luoghi costruiti proprio per far perdere la dimensione spazio-tempo ai suoi frequentatori. Non a caso, sa bene,  sono luoghi sempre coloratissimi, molto illuminati, senza esposizione di orologi alle pareti, con scaffali e percorsi di camminamento in continuo e costante cambiamento.
Sulla spinta di questa moderna tendenza, che lui voleva comprendere meglio e contrastare, qualche anno fa Stefano si era messo a frequentare gli ambienti delle liste civiche per scoprire se il tema fosse o meno dibattuto nell’ambito cittadino.
 
In prossimità del Piazzale Santa Croce, cioè vicino all’Ospedale Maggiore di Parma, “il Mos” imbocca l’uscita ovest di via Kennedy, poi prosegue su Viale Gramsci e quando arriva all’incrocio di via Rolando dei Capelluti gira a destra per ritrovarsi poi di nuovo in Viale Piacenza da dove era partito. La sua corsa adesso è fluida e il ritmo è costante come quello di un metronomo. Dopo aver percorso 8 km, Stefano rientra a casa anche se avrebbe voglia di replicare il giro.
 
Aris Baraviera, Milano, 30 giugno 2020.
 
 

LA FORTEZZA E’ META’ BELLEZZA

LA FORTEZZA E’ META’ BELLEZZA
Stefano Mossini, purosangue parmigiano, ci descrive il Parco della Cittadella di Parma
 
AB: “Sei uno sportivo?”
Stefano: “Mi definisco un amante dello sport più che uno sportivo”.

AB: “Quali discipline riesci a praticare?”
Stefano: “Diciamo che trekking e mountain bike li praticavo piuttosto regolarmente prima del lockdown. Mi piace anche fare jogging al parco, ma con la corsa non riesco ad essere altrettanto costante”.
 
AB: “Dove ti alleni prevalentemente?”
Stefano: “Mi piace molto frequentare il Parco della Cittadella, secondo me adatto sia per l’allenamento con la mountain bike sia per la corsa. E’un parco che attira tantissime persone che vengono qui a praticare svariate attività. Ci sono altri parchi belli a Parma, ma la Cittadella è la casa dello sport, cosa che non vale per gli altri parchi. La vocazione allo sport è come la classe: è innata, se non ce l’hai ...non te la puoi inventare!”.
 
AB: “Il parco è vicino a dove vivi tu?”
Stefano: “Abbastanza, dista circa 4 km da casa mia. Io abito più vicino all’altro parco famoso di Parma, Il Parco Ducale”.
 
AB: “Mi descrivi un po’ il Parco della Cittadella?”
Stefano: “La Cittadella ha una forma pentagonale e copre circa 120.000 metri quadrati,  è circondata da grosse mura e dotata di bastioni e fossati. Ha una doppia bellezza che è riconducibile sia al verde, inteso come alberi e prati, sia alla ricchezza storico-artistica che caratterizza le costruzioni situate all’interno del perimetro, sia le porte di ingresso e le mura. E’ fatta così perché nasce come fortezza militare verso la fine del Cinquecento per volontà di Alessandro Farnese. Il prato centrale è circondato da grossi platani, mentre ai lati dei vialetti ci sono filari di tigli. La viabilità principale si sviluppa vicino alle mura, dove il viale asfaltato è frequentato da ciclisti, camminatori, runner e pattinatori, e dove a tutte le ore del giorno trovi qualcuno che si allena.
E’un parco molto accogliente perché ci sono bar, tavolini, fontanelle e spogliatoi, e anche per questo è molto frequentato dalle famiglie. Qui si organizzano diversi eventi e manifestazioni. Ultimamente ho visto molte persone che stavano lavorando al computer, anche perché c’è il servizio Wi-Fi gratuito”.
 
AB: “Quanti accessi ci sono al parco?”
Stefano: “C’è un accesso principale che è quello di Viale Rimembranze, caratterizzato da un elegante ponticello con arcate e il monumento fatto in pietra di Angera. L’ingresso a sud è invece più spartano e si chiama Porta Soccorso, dove ci sono diversi bastioni e hanno sede svariate associazioni.   Il tunnel che collega il centro della città al parco credo sia momentaneamente chiuso. E’ comunque un passaggio che solo negli ultimi tempi è stato riscoperto e valorizzato”.
 
AB: “Cos’altro sai della Cittadella?”
Stefano: “Come ho già detto, so che era nata come fortezza, in scala minore rispetto al prototipo della fortezza di Anversa, da cui hanno preso spunto per costruirla. Via via è diventa prima una caserma, poi una prigione e luogo di esecuzioni capitali. Poi ho letto che ai primi decenni dell’Ottocento, sotto Maria Luisa, è ritornata ad essere una caserma e ha quindi ospitato la fanteria dell’esercito del ducato di Parma Piacenza e Guastalla. Da quando lo conosco io, il parco ha sempre attirato tanta gente. Fino a qualche anno fa all’interno delle mura c’era un ostello molto frequentato dai giovani. La decisone di chiuderlo mi ha molto sorpreso. Ah, dimenticavo di dirti che negli anni Ottanta del secolo scorso nel parco si allenava il famoso Parma calcio di Arrigo Sacchi”.
 
AB: “A proposito di riqualificazione: le ristrutturazioni sono recenti?”
Stefano: “Il parco ha cambiato volto tra il 2008 e il 2010. Prima si aveva la sensazione che fosse un po’ più trascurato, o per meglio dire meno messo a lucido, patinato. Alcuni lavori li hanno fatti anche di recente, nel 2019 e 2020. Tieni presente che il parco è comunque sempre stato accessibile ai disabili, in quanto non ha mai avuto delle barriere architettoniche. Questo aspetto lo noto poco quando corro, ma quando passeggio col cane – e io lo porto lì ogni sabato mattina -- mi capita di farci caso e di vedere parecchie carrozzine. Credo sia una bellissima cosa”.  
 
AB: “Posso farti qualche domanda un po’ personale?”
Stefano: “Sì certo. Sono qui apposta”. (Ride)
 
AB: “Lavori in città?”
Stefano: “Lavoro a San Michele Tiorre che è un paesino in collina vicino ai primi rilievi appenninici, sulla riva del torrente Cinghio. Dista 20 km da casa mia. Faccio il magazziniere”.
 
AB: “Sei sposato?”
Stefano: “Sono separato. Vivo con mia madre che non è completamente autosufficiente. Ho due figli, di 22 e 19 anni (io ne ho quasi 52!)  con cui ho un bellissimo rapporto e un simpaticissimo cane meticcio di taglia piccola”.  (Sorride e sembra felice)
 
AB: “Segui qualche dieta alimentare specifica?”
Stefano: “Assolutamente sì. Seguo una famosa dieta che varia a seconda del gruppo sanguigno. Io mangio senza glutine, latticini e carne di maiale”. 
 
AB: “L’ultima tua uscita di trekking?”
Stefano: “Sabato scorso a Borghetto, cioè a Valeggio sul Mincio nel veronese. La settimana prossima sarò sulle Dolomiti”. (Si allontana facendomi ciao ciao con la mano)
 
 
Aris Baraviera, Milano, 21 giugno 2020.


LE SINFONIE DELLA NATURA

LE SINFONIE DELLA NATURA
Alessandro Ricci (suo lo smog su tela nell'immagine) ci parla della musica che lui suona all’aperto
 
AB: “Perché suonare all’aperto?”
Alessandro: “E’ bellino suonare all’aperto, l’ho fatto tantissime volte con diverse band nei boschi, nei parchi, lungo le vie della città o sulle colline attorno a Firenze. D’estate c’è l’accompagnamento delle cicale…”
 
AB: “Ma dove suonate precisamente?”
Alessandro: “Suoniamo spesso in un boschetto vicino a Villa Vrindavana, la villa degli hare krishna, che è dalle parti di San Casciano Val di Pesa, località resa tragicamente celebre a causa del mostro di Firenze’. Altre volte andiamo sulle colline dietro casa mia, altre ancora al Parco delle Cascine. Poi mi garba andare a far musica nei bivacchi… Fino a qualche anno fa suonavo con un amico nei rifugi di Pratomagno, tra la provincia di Arezzo e quella di Firenze. Con un altro amico, detto ‘lo sbirro’ perché lavorava alla Scientifica, avevo fondato il <Duo retrodanza>: lui con la fisarmonica, io col flauto o col violino. Bella esperienza, con lui si fece ballare un po’ di gente nelle campagne attorno a Firenze, forse si trova ancora qualche filmato su YouTube …”
 
AB: “Vai cercando il silenzio scappando dalla città e quindi dall’inquinamento acustico?”
Alessandro: “Certo, anche quello … ma non solo quello”.
 
AB: “E’ mai successo che il tempo atmosferico rovinasse l’evento musicale all’aperto?”
Alessandro: “E capitato raramente, anche perché guardiamo attentamente le previsioni del tempo. C’è chi ha degli strumenti musicali delicati che non possono prendere la pioggia, come chitarre e sitar, per cui siamo obbligati a scegliere le giornate di alta pressione. Il sitar è uno strumento a corde originario dell’India settentrionale. Ha un suono tutto particolare ed è fatto anche con parti di zucca essicata … quindi è delicatissimo!
Se si improvvisa io tendo sempre a portare il flauto, ma non quello piccino che si impara a conoscere a scuola, quello un po’ più grosso che ha il suono più melodico. Ovviamente ci sono anche gli eventi in cui devo per forza usare il violino e lì devo stare attento a non beccare acqua”.
 
AB: “Se ho capito bene, il flauto si presta meglio del violino all’improvvisazione?”
Alessandro: “No, non vale per tutti questa cosa, vale per me perché sono più bravo con il flauto che con il violino …”
 
AB: “Quando suonate all’aperto, specie in collina, il vento non disturba l’acustica?”
Alessandro: “No non direi, prendiamo quello che viene. Se hai lo spartito logicamente devi fissarlo con le mollette perché altrimenti le pagine te le gira il vento …”
 
AB: “Ma come si comportano gli animali del bosco quando voi suonate?”
Alessandro: “Loro fanno il loro, noi non li disturbiamo perché non usiamo amplificatori o batterie. Il nostro suono è abbastanza dolce”.
 
AB: “Suoni stabilmente con qualche band?”
Alessandro: “Non stabilmente, mi chiamano spesso per eventi con il flauto, ma anche con il violino mi capita di suonare in gruppo”.
 
AB: “Fate spettacoli aperti al pubblico?”
Alessandro: “Sì capita, ma di solito suoniamo per divertirci e stare in mezzo alla natura. Ci diamo appuntamento e ci troviamo direttamente sul posto. D’inverno logicamente è molto difficile e allora ognuno suona per conto proprio oppure ci troviamo a casa di uno che abita in campagna. Da me mai perché abito in appartamento, a Stazzema.”
 
AB: “Ti capita di suonare anche da solo all’aria aperta?”
Alessandro: “Sì certo, ma di solito vado a provare dei pezzi in posti sperduti”.
 
AB: “Posso chiederti qual è il primo strumento che hai suonato nella tua vita?”
Alessandro: “Il flauto dolce”.
 
AB: “Avevi preso delle lezioni private?”
Alessandro: “No, credo che sia corretto definirle <lezioni ombra> ” . (Ride)
 
AB: “In che senso?”
Alessandro: “Nel senso che un mio amico prendeva lezioni a pagamento da un maestro di musica antica e io imparavo da lui, diciamo a scrocco, perché ad ogni lezione che lui faceva si esercitava con me e mi spiegava quello che aveva imparato con il maestro. Assieme si andava sulle colline dietro a Scandicci e lì si passavano delle ore a fare solfeggi. Dopo aver suonato con lui per tanti anni, specialmente duetti di flauto dolce su musica del Cinquecento, in particolare del compositore Grammazio Metallo, ho continuato da me cercando di affinare le tecniche che avevo imparato con lui …
Oh, per le lezioni di flauto io non ho mai pagato un centesimo!”  (Ridacchia)
 
AB: “Altri strumenti che hai suonato?”
Alessandro: “Sempre da ragazzino avevo preso lezioni di organo a canne. Poi al conservatorio ho studiato violino e pianoforte”. 
 
AB: “Che musica suoni adesso con il flauto?”
Alessandro: “Prevalentemente musica barocca, ma non disdegno anche quella popolare. D’altronde il flauto si presta poco alla musica rock. Alcuni amici mi hanno insegnato anche qualcosa di musica classica indiana, il raga”.
 
AB: “E con il violino che musica prediligi suonare?”
Alessandro: “Beh, prevalentemente musica popolare, però per conto mio anche robetta barocca, giusto per migliorare la tecnica …”
 
AB: “Quante ore ti alleni a settimana?”
Alessandro: “Suono tutti i giorni, in genere circa quaranta minuti. Negli ultimi tempi mi sto esercitando solo con il violino. Non pensare però che io stia trascurando l'attività fisica al parco...quello mai!"

AB: “Tornando alla tua scelta di suonare all’aperto, spesso e volentieri in mezzo al verde, tu credi che alla base di questo ci sia un tuo continuo e costante bisogno di stare in armonia con la natura?”
Alessandro: “Non lo so, se ci vuoi ragionare tu … io non saprei proprio. Posso dirti che a me piace, ma non riesco a fare troppi pensieri attorno a ‘sta cosa”.

AB: “Per chiudere, ti viene in mente una citazione famosa che rispecchia il tuo modo di vivere?"
Alessandro: “Boh, su due piedi non saprei … o forse ‘Tutto è impermanente’ come dicono gli indiani, che sembra un po’ richiamare il ‘Panta rhei’ (‘Tutto scorre’) dei presocratici.
Ecco…però forse la frase che più sento vicina al mio modo di intendere le cose è quella che avevo letto per caso in un bar di Linosa: <Vivi e futtitinni>”. 

Aris Baraviera, Milano, 14 giugno 2020.



PUNTI DI VISTA. DALLA PARTE DELLA TERRA

PUNTI DI VISTA. DALLA PARTE DELLA TERRA
L’intervista ad Alessandro Ricci nella Giornata mondiale dell’ambiente
 
AB: “Quest’anno la giornata del cinque giugno è dedicata alle biodiversità, cosa ci dici in proposito?”
Alessandro: “Quest’anno è un po’ sottotono a causa dell’emergenza Covid, non ci sono stati ritrovi in piazza. L’ultima uscita a cui ho partecipato è stata a settembre per il Fridays For Future. Comunque, va bene così, avremo modo di rifarci.
Purtroppo le biodiversità sono minacciate dalle deforestazioni e dalla distruzione degli ecosistemi. Per esempio, dalle mie parti c’è la Piana di Firenze, dove grazie ad aree protette e alla permanenza di piccole zone umide residuali, scampate alle bonifiche, si è creata una varietà di uccelli eccezionale. Proprio lì è prevista la realizzazione di quel mega aeroporto di cui vi parlavo nelle precedenti interviste. In generale, comunque, le biodiversità sono messe in pericolo anche dalle importazioni di specie aliene, che vanno in contrasto con quelle autoctone, come ad esempio lo scoiattolo grigio nordamericano, che nella nostra penisola sta emarginando sempre più lo scoiattolo rosso europeo…”


AB: “A quali associazioni ambientaliste sei iscritto?”
Alessandro: “Solo al WWF. Ho aderito a molte iniziative di Lega Ambiente, ma non sono tesserato.”
 
AB: “Qualche settimana fa, avevamo scritto che la tua vena ambientalista è nata sulle Alpi Apuane, è corretto?”
Alessandro: “Ho sempre avuto una spiccata sensibilità ambientalista. In realtà  non so dirti dove sia nata di preciso. E’ comunque vero che le mie prime escursioni le ho fatte lì, a Stazzema, dove avevano casa i miei nonni e dove praticamente trascorrevo tutte le mie estati, da bambino e ragazzo.”
 
AB: “Che tipo di zona è?”
Alessandro: “Parliamo di Alta Versilia, di Alpi Apuane le cui cime sfiorano i duemila metri. Sono zone molto belle e panoramiche, ma qui la natura è ferita perché si estrae il marmo e le montagne scompaiono…”
 
AB: “Ci fai il nome di un posto conosciuto? E anche di quello che tu preferisci?”
Alessandro: “Beh, le escursioni le facevo spesso verso il Rifugio Forte dei Marmi, che è molto conosciuto. Poi c’è il Monte Forato che è quella cima bucata, piuttosto suggestiva che viene fotografata spessissimo. Io preferivo il Colle Cresta, che è una cima a picco su Pontestazzemese. Per raggiungerla bisogna percorrere un sentiero ripido e stretto, pieno di rovi e ragnatele, dato che è poco battuto. E’ uno dei miei luoghi del cuore. Dalla cima scorgi il mare, le montagne e sotto, a picco, il fiume e il paese. Da lassù vedi passare le macchine sotto di te e le vedi piccine piccine. Sulla cima si sta comodi perché è piuttosto larga, se hai le vertigini però devi evitare di stare sul bordo. Quando sei in cima vedi tantissimi rapaci che ti volano sopra la testa, credo siano falchi.”
 
AB:E’ corretto sostenere che il tuo attivismo ecologista sia arrivato poi ad una vera maturazione a Linosa?”
Alessandro: “Non lo so e non credo sia importante scoprirlo. A Linosa sono stato per nove estati. Purtroppo l’associazione Hydrosphera in questo momento non esiste più e non so bene che tipo di problemi ci siano stati. Sta di fatto che non ci hanno più permesso di operare e non so se potremo mai rifarlo.”
 
AB: “Di che cosa si occupava Hydrosphera?”
Alessandro: “L’associazione composta da biologi e veterinari monitorava i nidi delle tartarughe. In ogni nido ci sono 50/70 uova e la mortalità dei piccoli è elevatissima. Ci occupavamo anche delle tartarughe adulte ferite dall’amo dei pescatori. Erano gli stessi pescatori, sensibilizzati dall’associazione, a portare le tartarughe bisognose di cure al nostro centro. Qui venivano trattate prima chirurgicamente e poi con terapia antibiotica. Nostro compito era anche recuperare le tartarughe che avevano ingoiato la plastica: queste venivano individuate in mare aperto, poi messe nelle vasche del nostro centro per farle spurgare. Le tartarughe che hanno la plastica in pancia non riescono più ad immergersi. Nelle vasche venivano nutrite con pesci e quando espellevano la plastica poi via via ricominciavano ad immergersi nell’acqua. Questo era il segnale che potevano tornare libere in mare aperto.”
 
AB: “Tu che compiti avevi a Linosa?”
Alessandro: “Dipende dalle necessità, facevo tante cose come ad esempio i turni per monitorare i nidi. Stavo lì di notte sulla spiaggia e quando vedevo che la sabbia iniziava a muoversi, avvisavo gli altri. Sono processi lentissimi. Io avevo in dotazione una pila a luce rossa a bassa intensità; la luce normale può confondere le tartarughine che devono sapersi orientare per potersi dirigere verso l’acqua, cioè verso il mare.”
 
AB: “Tornando al tema del giorno, vorremmo un tuo commento sulle dichiarazioni di Luca Mercalli: il noto divulgatore scientifico ha affermato che il problema del Covid è momentaneo, mentre i problemi ambientali stanno ormai per diventare irrisolvibili per l’umanità. Lo scorso maggio infatti si è toccato il record di concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera, e le temperature registrate sono state le più alte di sempre.”
Alessandro: “Credo che l’umanità si stia tagliando le palle da sola, scusa ma non mi viene altro da dire.”
 
AB: “Però c’è chi sostiene che il surriscaldamento del pianeta sia ciclico e che sia solo marginalmente correlabile alle emissioni di anidride carbonica per la combustione dei fossili come carbone, gas e petrolio. Come a dire che l’attività umana c’entra poco o nulla.”
Alessandro: “No, no, è oggettivo che le emissioni legate alle attività umane siano responsabili dell’innalzamento delle temperature. Anche l’acqua degli oceani sta diventando più acida per l’aumento dell’anidride carbonica ...”
 
AB: “Il famoso filosofo linguista Chomsky sostiene che il Covid non è nulla in confronto alla minaccia ambientale e nucleare che incombe sul pianeta.”
Alessandro: “Capisco bene l’incombenza della minaccia ambientale, non credo però che l’umanità possa essere così autolesionista da provocare una guerra nucleare … ma… oddio, non c’è limite alla pazzia!”
  
Aris Baraviera, Milano, 5 giugno 2020.



IL MIO ANGOLO DI PARADISO

IL MIO ANGOLO DI PARADISO
Alessandro Ricci ci descrive il Parco Nazionale Foreste Casentinesi situato sull’Appennino Tosco-Emiliano
 
AB: “Vai spesso alle Foreste Casentinesi?”
Alessandro: “Non spessissimo perché non è vicino a Firenze e quindi mi tocca usare la macchina, che io non amo perché inquina.”

AB: “Dove si trova precisamente il Parco?”
Alessandro: “Si trova sull’Appennino Tosco-Emiliano, tra le province di Firenze, Arezzo, Cesena e Forlì. Ci sono circa settanta km da casa mia e ci si impiega circa 1 ora e 1/2. Sono tutte curve da qua a là.”
 
AB: “Lì fai Trekking o Hiking?”
Alessandro: “Beh, dipende. L’ultima volta sono stato lì per un altro motivo, per un censimento di animali. Eravamo in un centinaio di volontari muniti di campanelli e dovevamo indirizzare i mammiferi verso un punto in cui erano situati dei rilevatori e dove c’erano persone che monitoravano il passaggio della fauna.”
 
AB: “Che tipo di parco è? Ci racconti qualcosa?”
Alessandro: “Beh dal punto di vista storico non ti so dire molto: so che qui gli Etruschi adoravano i loro Dei presso il Lago degli Idoli. Con la legna che arriva da questo parco il Brunelleschi ci ha fatto la sua Cupola, mentre il Granducato di Toscana utilizzando gli abeti presi da qui ha costruito la flotta marittima di Pisa e Livorno. In questa zona l’antropizzazione è sempre stata piuttosto modesta se si esclude l’Ottocento. Oggi, tolti quelli che lavorano nei rifugi, credo che non ci abiti stabilmente nessuno.”
 
AB: “Come si presenta il posto dal punto di vista fisico?”
Alessandro: “Allora, posso dirti che l’80% del parco è boschivo, qui c’è una biodiversità altissima specialmente all’interno della Riserva del Sasso Fratino. Io vado spesso a Poggio Scali, una bella cima dalla quale nelle giornate particolarmente limpide si può vedere l’Adriatico e il Tirreno. Le cime non sono alte come le Alpi, le maggiori credo siano arrivino a 1500 metri sul livello del mare.  Ci sono circa 1300 specie di flora, 44 tipi di orchidee. Gli alberi prevalenti sono faggi, abeti, castagni, querce e aceri. Soprattutto faggi direi.”
 
AB: “E cosa ci dici degli animali che ci vivono?”
Alessandro: “Beh, non è che si facciano vedere tantissimo gli animali. Io ho avuto l’onore di incontrare qualche daino, ma ci sono anche cervi, cinghiali, caprioli e mufloni. Poi ci sono lupi, gatti selvatici, istrici, ricci, lepri, scoiattoli rossi, puzzole, donnole e faine”.
 
AB: “E degli uccelli?”
Alessandro: “Ci sono più di cento specie di uccelli tra cui il picchio rosso, il picchio verde e il picchio nero. Poi tantissimi rapaci, tra cui l’aquila reale.”.
 
AB: “C’è altro di interessante?”
Alessandro: “Beh… 23 specie di anfibi e rettili e poi alcuni invertebrati tra cui il gambero di fiume e il granchio di fiume. In particolare posso dirti che il gambero nostrano è solo qui, perché nel resto dei corsi d’acqua italiani ormai vive solo il gambero rosso della Lousiana che negli anni ha spazzato via il gambero autoctono: lo Austropotamobius pallipes.”
 
AB: “Quali le zone più interessanti del parco?”
Alessandro: “Dipende molto da quello che uno cerca. Dal punto di vista biologico è interessantissima la Riserva del Sasso Fratino. Io ci sono entrato con una guardia forestale perché il perimetro non è liberamente accessibile. Dal punto di vista storico c’è il sito del Lago degli Idoli. Per la gita delle famiglie consiglio la Cascata dell’Acquacheta, vicino a san Benedetto in Alpe, o i vari monasteri situati dentro il parco.”  
 
AB: “La visita alla Riserva del Sasso Fratino è una bella esperienza?”
Alessandro: “Sì certamente, un’esperienza da ricordare, non solo per le cose belle che ho visto … ma anche perché mi sono ritrovato una zecca sulla pancia.” (Ride)
 
AB: “Fai anche delle escursioni di Hiking in solitaria alle Foreste Casentinesi?”
Alessandro: “No, quasi mai. Vado con amici, soprattutto con amiche… ma ci andavo anche con i miei genitori fino a qualche anno fa … Il posto è talmente bello che mi viene spontaneo portarci le persone più care che ho.”
 
AB: “Di solito ci vai ben equipaggiato?”
Alessandro: “Vado con scarpe comode, sportive. Quando è umido ci vogliono per forza quelle da trekking. In genere porto lo zaino in spalla e il cibo al sacco. C’è qualche rifugio; volendo si può anche decidere di mangiare in vetta.”
 
AB: “Come sono i sentieri? E’ agevole camminare nella boscaglia?”
Alessandro: “C’è anche qualche strada asfaltata che porta ai monasteri. Il più importante è l’eremo della Verna, dove è stato anche San Francesco. Poi sentieri di tutti i tipi: sterrati, sassosi e in erba. Puoi camminare bene anche nel bosco perché le piante di faggio non hanno molto sottobosco, per cui  si marcia bene anche sotto gli alberi.”
 
AB: “Perché San Francesco si è fermato alla Verna?”
Alessandro: “Nonostante il Parco delle Foreste Casentinesi sia il mio angolo di paradiso, a questa domanda non so rispondere. Io all’epoca non ero ancora nato …” (Sorride e mi saluta)
  
Aris Baraviera, Milano, 31 maggio 2020.


PRENDIMI L’ANIMA

PRENDIMI L’ANIMA
Alessandro Ricci ci parla di uno storico polmone verde dell’area urbana di Firenze: il Parco delle Cascine
 
AB: “Come ci arrivi alle Cascine da casa tua?”
Alessandro: “Sono circa quaranta minuti a piedi, penso siano 3 o 4 chilometri. Di solito vado in bici, poi a volte il mezzo lo uso anche dentro al parco, altre volte no.  Anche quando devo andare in centro a Firenze passo comunque sempre dalle Cascine, sia che io vada con la tranvia che con la bici, perché non faccio mai le strade normali. Percorro due o tre stradette dell’isolotto e poi mi infilo nel Parco ... mi garba così!”
 
AB: “Che tipo di parco è?”
Alessandro: “Beh, è un parco a misura di tutti: ci sono i pigri che fanno due passi e poi si siedono a leggere o ad ascoltare musica; quelli che si allenano per le gare, quelli che vanno con i pattini, quelli che fanno jogging, quelli che vanno in bici e naturalmente anche quelli che fanno solo delle passeggiate contemplative”.
 
AB: “Sapresti dirci che piante ci sono al suo interno?”
Alessandro: “Mah, sai, il parco è quasi interamente all’ombra se escludi la parte in riva all’Arno.
Ci sono altissimi pini e platani, poi molti lecci e parecchie Ginkgo biloba, pianta di origine cinese, ma evidentemente già qui da centinaia di anni, poi tante altre ancora…”
 
AB: “Che differenza c’è tra le Cascine e gli altri parchi?”
Alessandro: “Beh, la caratteristica che lo rende particolare è che si estende lungo le rive dell’Arno. Misura credo 3,5 Km in lunghezza ed è largo 650 metri circa. Ha una sua storia e non è un parco nato recentemente, quindi c’è un po’ di tutto dentro”.
 
AB: “Che cosa sai tu della storia di questo parco?”
Alessandro: “Beh, più che averlo studiato … io lo frequento. (Sorride)
Nasce come tenuta di caccia dei Medici nel Cinquecento, poi a fine del Settecento cambia forma e diventa un parco. Nel 1791 qui viene organizzata la cerimonia di insediamento di Ferdinando III D’Asburgo, Granduca di Toscana. Poco prima venne fatta costruire, da Pietro Leopoldo di Lorena, la bellissima Palazzina Reale, ora sede della facoltà di Agraria dell’Università di Firenze. Il parco venne poi rilevato dal Comune di Firenze nella seconda metà dell’Ottocento. Dentro al parco c’è anche il monumento a Vittorio Emanuele II, la Piramide delle Cascine e altre cose ancora, come una fontana con tanto di paperelle e cigni. Verso la fine del parco, in direzione Pisa, c’è poi un ponte d’acciaio di colore rosso, si chiama Ponte all’Indiano, che è un mostro degli anni Settanta.
In epoca recente, credo dal 2010, dentro al parco ci passa la tranvia che collega Scandicci a Firenze. Prima che ci facessero la tranvia, che in pratica ha chiuso il vialone principale, di notte il parco era praticamente un postribolo. Dal 2010 questa fama è andata via via spegnendosi proprio perché i binari hanno chiuso l’accesso a quel vialone …” (Ride)
 
AB: “Il parco è accessibile completamente anche in bici? O ci sono zone dove puoi andare solo a piedi?”
Alessandro: “Guarda, in bici giri bene: il perimetro, le viette interne, le strade attorno all’anfiteatro, le strade asfaltate, quelle sterrate o in erba, insomma ce n’è per tutti i gusti!”
 
AB: “Quanto spesso frequenti il parco? E quando vai quanto ci rimani?”
Alessandro: “Vado quando ne ho voglia, in genere nel tardo pomeriggio, ma non ti so dire giorni precisi, medie o altro. Ci sto almeno due ore, altrimenti che ci vò a fare?”.
 
AB: “Quando sei al parco sei sempre in movimento o fai anche delle pause?”
Alessandro: “Qualche volta mi fermo alla pescaia dell’Arno a vedere scorrere l’acqua, oppure a guardare qualche bella ragazza che passa di lì.  Anzi, direi più le ragazze che l’Arno.
Mi fermo anche all’Indianino, dove c’è una fontana da cui si può bere. Si chiama Indianino perché lì, dove confluiscono il Mugnone e l’Arno, gettarono le ceneri di un nobile indiano che morì a Firenze, da qui anche il nome del ponte (Ponte all’Indiano) che c’è subito dopo.”
 
AB: “Ti capita di allenarti per qualche competizione agonistica?”
Alessandro: “No, mi sta troppa fatica … della competizione non me ne frega nulla. Se uno arriva prima di me …a me va benissimo!”.
 
AB: “Quali altri parchi frequenti oltre alle Cascine?”
Alessandro: “Capita di frequentare anche altri parchi, ma in genere l’alternativa è la collina, anzi tutte le colline della zona.”  
 
AB: “Posso chiederti che battaglie state facendo voi ecologisti fiorentini?”
Alessandro: “Guarda io la politica non la seguo, non sono sintonizzato sulle ragioni dell’uno o dell’altro schieramento, a me interessa l’ambiente e la nostra salute. Posso dirti comunque che da diversi anni a Firenze stanno tentando di realizzare un nuovo mega aeroporto: c’era stato un primo via libera, poi è intervenuto il Tar che ha bloccato tutto, in seguito ci sono stati i ricorsi contro la decisione del Tar e ultimamente si è pronunciato anche il Consiglio di Stato che ha respinto i ricorsi. Boh, io dico solo che l’inquinamento provocato dagli aerei è davvero micidiale. Non ci si rende nemmeno conto di quello che scaricano nell’aria questi giganti!”.
AB: “A quando risalgono le tue prime battaglie ecologiste?”
Alessandro:” Beh, sicuramente le prime battaglie che ricordo sono quelle degli anni Ottanta, contro la caccia.  Poi ricordo di essere stato molto coinvolto emotivamente dal tema dello sterminio degli animali da pelliccia. E mi sembra ieri che giravo con la foto di quella donna nuda nel portafoglio, su cui c’era scritto ‘L’unica pelliccia che non mi vergogno di indossare’. Nel 1995 invece scesi in piazza con un grosso mestolo e una padella da frittura per manifestare contro gli esperimenti nucleari che i francesi stavano praticando a Mururoa.”  (Con l’indice si punta la tempia come a sottolineare certa follia)
 
AB: “Ultima domanda: si dice che i parchi abbiano un notevole valore terapeutico e che dovremmo frequentarli più spesso per non dover ricorrere poi alle cure dello psicologo. Tu che ne pensi? Che influsso benefico ha su di te il parco delle Cascine?”
Alessandro: “Suvvia, meglio donare l’anima ai parchi che perdere la testa dallo psicologo. Via, dai, la prossima volta che torni a Firenze ti ci porto io a giro per le Cascine.”
  
Aris Baraviera, Milano, 23 maggio 2020.

IL COLORE NELL’ARIA

IL COLORE NELL’ARIA
Alessandro Ricci ci racconta come è nata l'idea dello smog su tela e le sue evoluzioni

AB: “Come e quando ti è venuto in mente di disegnare utilizzando lo smog come colore?”
Alessandro: “Più o meno vent’anni fa, credo fosse il duemila. Ero dalle parti di Ponte alla Vittoria, appena fuori dal centro storico di Firenze, in prossimità dell’ingresso al Parco delle Cascine.  Lì, in una via dove c’è sempre il caos, notai delle persiane verdi completamente ricoperte di nero. Ci passai il dito, ricordo, per curiosità, ed esclamai spontaneamente <Porca miseria, ci si potrebbe fare un quadro dallo schifo che c’è!>.”
 
AB: “Quando l’hai fatto l’ultimo quadro?”
Alessandro: “L’estate scorsa ne ho fatto qualcuno. L’ultimo è quello che ho disegnato per una mia amica, che mi aveva espressamente chiesto un Ponte Vecchio. Gliene ho fatto uno piccolo e scuro, con lo smog raccolto da via della Scala, che dal punto di vista dell’intensità del colore è sempre una garanzia.” (Sorride)
 
AB: “Quindi lo smog non lo raccogli sempre vicino al Ponte della Vittoria?”
Alessandro: “No, nel 2007, credo, iniziai a raccoglierlo anche dai monumenti del centro di Firenze. Gli ‘Amici delle Mostre’ alle quali ho esposto i miei quadri, mi chiesero espressamente di raccoglierlo dal Duomo per far vedere il degrado della città e dei suoi monumenti. Tieni presente che lo smog annerisce tantissimo e toglie la bellezza alle opere, le corrode. Ora c’è la statua del Biancone in piazza della Signoria che è perfetta; il Battistero se lo vedi è stupendo e luccicante, ma solo perché hanno finito il restauro … non so come saranno tra dieci anni. Per fortuna, seppur tardivamente, la piazza del Duomo è stata chiusa al traffico nel 2009. Per l’occasione feci un quadretto che intitolai ‘Finalmente pedonale’ per festeggiare l’evento.”
 
AB: “Che tipo di pittore sei?”
Alessandro: “No, ma io non mi considero un pittore: faccio schizzi e mi arrangio come posso, alla buona. Disegno solo per mostrare che c’è talmente tanto smog che ci si possono fare anche quadri. La mia pittura dimostra solo la densità dell’inquinamento in cui viviamo, senza quasi rendercene conto!”  (Scuote la testa in segno di disappunto)
 
AB: “Ci spieghi come realizzi i quadri con lo smog?”
Alessandro: “Raccolgo lo smog, ad esempio dalle persiane o da un monumento, con un batuffolo di cotone che bagno prima nell’acqua e poi strizzo bene, in modo tale che rimanga solo umido. Una volta ottenuto l’annerimento del cotone con le polveri di smog, prendo degli stuzzicadenti su cui lo arrotolo e quindi inizio a fare il disegnino su tela bianca. Poi, con dei pezzi di cotone più grosso, che tengo fra le dita, faccio le sfumature o quello che rimane da fare. La mia tecnica non prevede l’uso del pennello.”
 
AB: “E per il fissaggio che tecnica usi?”
Alessandro: “In passato, per fissarlo ho usato un po’ il Damar con il pennello, poi però ho voluto cercare delle resine naturali e alla fine ho sperimentato anche il ferro da stiro bollente.”
 
AB: “Posso chiederti in che modo usi il ferro da stiro e perché non usi lo spray?”
Alessandro: “Finito il disegno, metto un foglio di carta sopra il quadro, poi lo giro e passo il ferro da stiro bollente sul retro del dipinto; questo favorisce la penetrazione degli idrocarburi tra le maglie della tela.  Non uso il Damar spray perché fa male alla salute, è chimico, non è un prodotto naturale”.
 
AB: “C’è un sito che possiamo consultare per vedere i tuoi quadri?”
Alessandro: “Io non ho un sito. Trovate qualcosa in internet digitando ‘Smog su tela, Ricci’. Oppure se andate su FLICKR e cercate ‘Smog su tela’, vedete quelli che hanno caricato lì per le mostre.”
 
AB: “Mi sembra di aver capito che disegni scorci e panorami di Firenze, è davvero così?”
Alessandro: “Sì più o meno è così, ci sono parecchi vicoli di Firenze, ma ho fatto anche qualcosa su Pisa. Questo perché diversi anni fa il direttore dell’associazione 'Amici dei Musei', Mauro Del Corso, mi fece fare una mostra a Pisa per denunciare il passaggio delle tantissime macchine sotto Santa Maria della Spina, che è un piccolo gioiello del gotico che si trova sul lungarno pisano. Anche quel colore era smog, per l’occasione raccolto a Pisa e la sfumatura era un po’ più chiara. Quindi per essere preciso parlerei di nero di Firenze e di grigio di Pisa. Il nero più intenso di tutti lo raccolsi nel 2008 a Bologna, in via Amendola. Fantastico, si fa per dire.”  (Sorride)
 
AB: “Tutti i tuoi quadri hanno un nome, cioè un titolo?”
Alessandro: “Beh, più o meno, ma la cosa più importante è che si sappia che sono fatti con lo smog. A me interessa far vedere lo schifo che si respira, il nero che si deposita sulle persiane o sui monumenti, così come nei nostri polmoni.”
 
AB: “Nel 2017 sei stato invitato in un rinomato programma TV per parlare dei tuo quadri, è cambiato qualcosa per te da allora?”
Alessandro: “No, non è cambiato nulla. Ricordo che ci andai per fare un bel giretto a Roma. Faccio notare che ci andai in treno e che non volli prendere il taxi che mi avevano prenotato.  Scelsi di fare la strada a piedi dalla stazione fino agli studi televisivi per non inquinare. E alla fine mi feci davvero un bellissimo giro per la città!”
 
AB: “Posso chiederti se c’è un pittore famoso nella storia dell’arte che ti ha particolarmente affascinato?”
Alessandro: “Difficile darti un nome, la storia della pittura è tutta bella! E anche quella dell’arte contemporanea è sicuramente molto interessante. Così su due piedi mi viene in mente Jean Dubuffet e la sua ‘Art Brut’. Dubuffet era quel tizio che, nel secondo dopoguerra, andava a giro per i manicomi a guardare i disegni dei malati di mente. Lui intendeva definire un’arte spontanea senza pretese culturali, al di fuori dalle norme estetiche e convenzionali.”
 
AB: “Nei dipinti quali soggetti preferisci?”
Alessandro: “Mi piace tantissimo guardare gli strumenti musicali nei quadri del Quattrocento e del Cinquecento.”
 
AB: “Qual è invece il tuo quadro preferito in assoluto?”
Alessandro: Boh, mi viene in mente ‘Impressione, levar del sole’, di Monet. Quello è un quadro bello davvero!”
 
AB: “Cosa ne dici, per la prossima volta, di disegnare Santa Maria Novella piena di persone con le mascherine?”
Alessandro: “No dai, è già triste farla con lo smog, se poi ci mettiamo le mascherine è ancor più triste! “
 
 Aris Baraviera, Milano, 17 maggio 2020.

 

LA LEGGE DEL CONTRAPPASSO

LA LEGGE DEL CONTRAPPASSO
Alessandro Ricci, ecologista, artista e sportivo, ci racconta come ha trascorso il suo lockdown in quel di Firenze e del suo immediato periodo post (dal 4 maggio in poi) con i suoi itinerari in bici....

AB: “Come hai trascorso il lockdown?”
Alessandro: “Di questo lockdown io ho apprezzato l’aria buona, l’assenza di inquinamento. Ti posso dire che andare a giro adesso in bici è fantastico. Credevo di essere allergico ai pollini, ma non lo sono: è evidente e chiaro che sono invece allergico al mix smog-pollini, e ne ho avuto la dimostrazione, direi scientifica, perché sono stato benissimo quest’anno che l’aria è pura e priva di inquinamento.”
 
AB: “Quindi dal 4 maggio hai ripreso ad andare in bici?”
Alessandro: “Sì, tutti i giorni mi arrampico su per la ripida collina di Marignolle con la bici, poi scendo e vado dove voglio, anche verso la città, apprezzando quest’aria che fino ad oggi è stata davvero ottima.”
 
AB: “Durante la fase 1 hai fatto esercizio fisico a casa?”
Alessandro: “No, nulla. Adesso che posso uscire ho ripreso a fare un po’ di stretching.”
 
AB: “Stai lavorando da casa?”
Alessandro: “No, perché l’ultima supplenza l’ho avuta nei mesi finali del 2019, per cui il lavoro l’avevo terminato con l’arrivo delle vacanze di Natale, quindi ero in attesa di un nuovo incarico.”
 
AB: “Quindi come trascorrevi le giornate?”
Alessandro: “Ho studiato per il concorso all’abilitazione dell’insegnamento delle Scienze, senza affanni e senza stress, e ho studiato abbastanza bene. Visto il periodo, ho approfondito l’argomento virus perché mi aspetto qualche domanda sul tema.  L’iscrizione al concorso andrà perfezionata tra giugno e luglio, il concorso vero e proprio credo ci sarà a ottobre. Se poi è vero quello che ho sentito in TV, cioè che dimezzeranno il numero di studenti per classe, allora credo che dovranno assumere tanti docenti e ci saranno buone possibilità … o almeno spero.”
 
AB: “Hai avuto ansia, depressione o insonnia?”
Alessandro: “Per fortuna non ho avuto particolari problemi durante il lockdown. Mi è spiaciuto molto per le persone che hanno contratto il virus e che sono state male o che non ce l’hanno fatta.”
 
AB: “Cosa ti è mancato di più?”
Alessandro: “Ho sofferto tantissimo il divieto di accesso ai parchi. Per un ecologista come me, con l’aria pura che abbiamo avuto, lo stare in casa forzatamente mi è sembrato una pena del contrappasso …”
 
AB: “Sappiamo che sei uno spirito anarchico e proprio per questo vogliamo sapere se hai rispettato i divieti che la situazione imponeva.”
Alessandro: Certo, avere uno spirito anarchico non significa essere irresponsabili. Ho evitato gli assembramenti e mi sono limitato a spostamenti di necessità. Forse ho sconfinato di qualche metro il limite prefissato dei 250 durante le passeggiate intorno a casa, ma non ho visto nessuno che girava con il metro …”  (Sorride)
 
AB: “Cosa è cambiato per te con la fase 2?”
Alessandro: E’ cambiato poco, anche se ho potuto incontrare una cara amica. Ora però non chiedetemi se ci sono gli estremi per poterla considerare a tutti gli effetti un congiunto.” (Ride)
 
AB: “Hai potuto dedicare tempo ai tuoi strumenti musicali?”
Alessandro: Sì almeno un’ora e mezza al giorno l’ho dedicata alla musica. Ultimamente suono più il violino che il flauto.”
 
AB: “Come professore di Scienze Naturali, hai la sensazione che si sia incrinato l’ecosistema e che ciò possa favorire il diffondersi in futuro di nuovi virus?” 
Alessandro: “Certo, lo spillover, il salto di specie avviene proprio con la violazione di alcuni ecosistemi. Pensa che la rivista ‘Le Scienze’ dice che ci sono circa 1, 6 milioni di virus sconosciuti in mammiferi e uccelli, e stima che 700.000 hanno il potenziale di innescare una zoonosi, cioè una pandemia.”
 
AB: “Ma che cosa c’entra l’uomo nella violazione degli ecosistemi?” 
Alessandro: “Beh, l’uomo per definizione è la devastazione degli ecosistemi. L’origine del virus non è chiara, ma la maggior parte degli studiosi ritiene che sia naturale, zoonotica, ovvero dovuta a una trasmissione dagli animali all’uomo, così come è accaduto anche per la Sars e per la Mers. A oggi non è ancora stato possibile identificare con certezza il serbatoio animale del virus, né l’ospite intermedio che ha permesso all’agente infettivo di passare dal suo ospite naturale all’uomo. Finora sono stati ipotizzati, tra i diversi animali, il pipistrello come serbatoio naturale e un particolare tipo di serpente, venduto nei mercati alimentari cinesi, come vettore. Le ipotesi più accreditate partono proprio dalle similitudini tra le sequenze delle basi dell’RNA, cioè del codice genetico del Covid 19, con quella dei coronavirus animali, in particolare, appunto, quello dei pipistrelli.”
 
AB: “Pensi che usciremo presto dalla situazione in cui ci troviamo?”
Alessandro: “Boh, come si fa a fare delle previsioni sulle tempistiche? Io ho la sensazione che ne avremo per un po’e non mi stupirei se tra un anno saremo ancora qui con le mascherine …Spero che presto possa esserci un vaccino e che questo possa garantire l’immunità di lungo periodo. La situazione attuale è tutt’altro che chiara.
 
AB: “Ultima domanda: ti stai ritagliato un po’ di tempo per i tuoi disegni con lo smog?” 
Alessandro: Come dicevo prima, non essendoci inquinamento che si deposita sui monumenti di Firenze, manca la materia prima, manca il colore.”  (Sorride)
  
Aris Baraviera, Milano, 9 maggio 2020.


L’ARTE SUBLIME DELLA SEMPLICITA’

L’ARTE SUBLIME DELLA SEMPLICITA’
“L’arte in fondo, come tante fra le cose più belle, vien meglio un po’ di nascosto.” (Emilio Cecchi).
 
Quando corricchia nel Parco delle Cascine di Firenze, Alessandro ama quasi volteggiare come una piuma sospinta dal vento.  Con quel fisico longilineo e quelle gambe così lunghe, si muove agilmente come un atleta keniota, perdendosi completamente nella natura e quasi fondendosi in essa. A volte decide di spingersi fino alle Foreste Cosentinesi, dove cammina instancabilmente, per ore, con lo zainetto sulle spalle, vestito comodamente ma in modo semplice, ben lontano da quello che dovrebbe essere il look e l’equipaggiamento dei moderni runner ed escursionisti dell’Hiking e del Trekking. 
 
Alessandro non sembra curarsi troppo della sua immagine “social”, forse perché non gliene importa nulla di piacere alla gente, o forse per via di quella leggera timidezza che si trascina dietro da quando era ragazzo. Una timidezza che non gli ha impedito di condurre uno stile di vita decisamente anticonformista e un po’ anarchico, caratterizzato da uno spiccato senso critico e da una grande passione per la natura, per l’ecologia e per l’arte declinata nelle più svariate espressioni, come ad esempio la musica e la pittura.
 
Alessandro Ricci, classe 1968, celibe, laureato in biologia, vegetariano, nato e cresciuto a Firenze, ha vissuto anche due anni a Perugia e uno a Parma. Vive appena fuori dalla città, a Scandicci, e fa l’insegnante precario di scienze naturali nelle scuole superiori.  Appassionato di musica, suona in due differenti band: melodia popolare con il violino e barocca con il flauto dolce. Di tanto in tanto dipinge quadri utilizzando lo smog come unico colore, al posto delle varietà cromatiche disponibili in commercio. Questa indubbia originalità e creatività pittorica gli ha dato una certa notorietà, che però lui ha cercato in tutti i modi di rifuggire.  
Ogni estate trascorre le vacanze sull’isola di Linosa, in Sicilia, con l’associazione Hydrosphera, dove si occupa della conservazione dell’ambiente marino e in particolare delle tartarughe. Quando è a Firenze, appena può si rifugia nei parchi per camminare, correre, andare in bici o semplicemente per avere un contatto con la natura.
 
Alessandro soffre più di altri sportivi l’attuale lockdown, non solo per il fatto di non potersi muovere, ma anche per la mancanza di contatto con la natura di cui avverte un bisogno quotidiano. Fin da quando era piccino, aveva imparato ad apprezzarla e ad amarla a Stazzema, nell’Alta Versilia, dove avevano casa i nonni. Lì era solito fare delle lunghissime camminate nel Parco delle Alpi Apuane, e proprio lì aveva capito che il suo amore per la natura sarebbe stato indissolubile.
Con il passare degli anni era cresciuta in lui una vera e propria anima prettamente ecologista. 

Avremo comunque modo di conoscere meglio Alessandro Ricci nei prossimi articoli, dove proveremo a tracciare un profilo dell’uomo, dell’ecologista e dell’artista. Ci faremo raccontare lo stato dei parchi cittadini di Firenze e spiegare bene come si articolano le sue uscite sportive. Vi daremo conto dei suoi segreti, vizi e virtù e cercheremo di capire come sta trascorrendo questo periodo di forzata clausura, investigando se possibile sulla sua produzione artistica, a dispetto della sua proverbiale riservatezza. Cercheremo di capire anche se la forzata immobilità l’abbia fatto soccombere e sprofondare nella pigrizia, che forse, per certi versi, è il suo tallone di Achille.
Discuteremo con lui delle minacce globali che incombono sul pianeta post Corona Virus, dal riscaldamento globale al crescente pericolo di una guerra nucleare. Cercheremo di capire se, dal suo punto di vista, la crisi in corso rappresenta anche un’occasione per renderci conto dei profondi difetti del mondo, delle profonde e disfunzionali caratteristiche dell’intero sistema socioeconomico, che probabilmente dovrà cambiare se vogliamo sopravvivere nel futuro.
Discuteremo con lui di tutto questo, sapendo che, a causa della sua proverbiale modestia, rimarrà un po’ sorpreso, chiedendosi perché poniamo proprio a lui tali quesiti, ma siamo certi che ci risponderà con la solita naturalezza e semplicità che ben gli si addice e che tanto ama.
 
“L’artista è l’ultimo a farsi illusioni a proposito della sua influenza sul destino degli uomini. L’arte non è una forza, è soltanto una consolazione”.
(Thomas Mann)
  
Aris Baraviera, Milano, 4 maggio 2020.

 

OLTRE OGNI OSTACOLO

OLTRE OGNI OSTACOLO
Marta Carradore, di Arzignano (VI), classe 1989, ex campionessa di Sci, laureata a Verona in Scienze Motorie e triatleta dal 2016. E’ istruttrice di Mountain Bike, Atletica leggera, Triathlon, Nuoto e stagionalmente di Sci Alpino. Insegna anche Pesistica e Body Building, Educazione posturale e Nordic Walking. Noi l’abbiamo conosciuta e intervistata lo scorso anno, a maggio e dicembre, nei panni della personal trainer di Carlo di cui abbiamo parlato  nella rubrica a lui dedicata(“il mondo di Carlo”). Marta collabora anche con la campionessa Martina Dogana ed è particolarmente preparata sulla tecnica della corsa, con analisi di tipo funzionale sui singoli segmenti corporei e sulla percezione del proprio corpo. E’ Appassionata di Mental Training sportivo e tra i sogni nel cassetto c’è quello di diventare un giorno mental coach.
 
AB: “Ben ritrovata Marta, della situazione incredibile che stiamo attraversando cosa mi dici in merito alla chiusura delle attività sportive?”
Marta: (Riflette un attimo prima di rispondere) “In accordo con il fisioterapista con cui collaboro, avevamo deciso di fermare tutte le attività prima ancora che arrivasse lo stop ufficiale domenica scorsa dalle istituzioni. La situazione è delicata, e non sappiamo fino a quando si protrarrà. Crediamo sia giusto fermarsi nel rispetto degli atleti in primis e poi anche per noi tecnici. Avremo un mese nero dal punto di vista degli incassi, visto che non lavorando non percepiamo nulla, ma ci daremo da fare comunque e ci riprenderemo appena sarà possibile farlo.”
 
AB: “Hai preparato dei compiti da fare a casa per i tuoi atleti?”
Marta: “Io ho pensato di creare dei semplici video da pubblicare sui canali social, in modo che tutti possano vederli e di conseguenza praticarli indoor, ciascuno nelle proprie case o se possibile in spazi privati, senza dover utilizzare alcun attrezzo specifico. Sono video amatoriali che spero possano servire da stimolo alla voglia di tenersi in forma e in allenamento. Sto iniziando a metterli anche su Youtube e sarà per me una sfida dal punto di vista tecnologico, perché dovrò acquisire quella necessaria dimestichezza che queste cose richiedono. Inoltre sto cercando di mandare dei video personalizzati a ciascun atleta -- simil tutorial – in modo tale che possano continuare a seguire in qualche modo quello che già stavamo facendo prima, anche se ovviamente non potranno fare le attività che facevano in vasca, in piscina.”
 
AB: “Come hai vissuto la prima fase dell’emergenza, eri tra gli allarmati della prima ora o trai i negazionisti?”
Marta: “Mah, mi disturbavano molto le notizie contrastanti, l’angoscia dell’incertezza, gli alti e bassi degli opinionisti e più in generale il precario equilibrio nei giudizi.”
 
AB: “Parliamo adesso della tua salute: ho letto dai social che hai rotto il menisco!?”
Marta: “Sì, no, nì. Ecco diciamo che non si capisce … il quadro non è molto chiaro. Poco più di un mese fa, alzandomi dall’auto, mi è ceduto il ginocchio…Premetto che questa è la solita gamba che risente dei problemi che ho avuto alla schiena. Mi ricordo bene che è successo di martedì, il giorno dopo che avevo realizzato il personale nei 10 mila metri: In un attimo sono passata dalle stelle alle stalle … dallo stare benissimo al bloccarmi completamente!”  
 
AB: “Come stai reagendo all’infortunio?”
Marta: Ho fatto fisioterapia, in particolare la Tecar che è un trattamento elettromedicale. Il problema principale è che il dolore non è localizzato al ginocchio, mi prende tutta la gamba.
Un paio di settimane fa ho provato a correre per testare il punto preciso che mi duole. Così facendo ho appurato che non ho un punto fisso e preciso. Il dolore varia e sembra quasi spostarsi da una zona all’altra della gamba: a volte il tibiale, a volte il gluteo, altre volte il ginocchio. Dalla risonanza magnetica risulta che ho un problema al menisco e alla cartilagine. Inizialmente ho pensato di poterlo risolvere in fretta, perché l’operazione al menisco in sé comporta tempi di recupero piuttosto brevi. Poi però la doccia fredda è arrivata dall’ortopedico, che mi ha spiegato che la lesione al menisco è vecchia e non c’entra con i problemi che ho adesso. Nemmeno i problemi alla cartilagine giustificano il dolore che sento quando mi muovo. Dolore che non mi impedisce comunque di fare le scale di corsa, di pedalare per due ore,  di fare i balzi e di nuotare con il pull buoy. Ora sto facendo un lavoro con il fisioterapista, che è anche osteopata, di cui mi fido al 1000 per mille. E’lo stesso che mi ha risolto il problema alla schiena. Devo far riassorbire l’ematoma vicino alla cartilagine. Nello stesso tempo ho già iniziato a lavorare sulla schiena e sull’appoggio del piede. L’idea è che ci possa essere un “disassesto”, cioè uno scompenso dovuto più che altro dalla schiena. Ci sono dei momenti che non riesco nemmeno a fare un passo, altri in cui penso che potrei correre. E’un dolore che definirei a intensità variabile.”  (Sorride a denti stretti)
 
AB: “Quindi avresti preferito che ci fosse stata la classica lesione al menisco?”
Marta: Sì, speravo fosse quella, in quindici giorni sarei tornata come prima. Invece i tempi si allungano e non so ancora quando riuscirò ad essere a pieno regime.”
 
AB: “Pensi che dovrai rinunciare a gare che avevi già programmato?”
Marta: Credo di no, spero che mi sarò rimessa in sesto in tempo, per il primo appuntamento importante che è il 7 giugno (virus permettendo). Poi ne ho uno il 7 settembre e una maratona ad ottobre. Il primo appuntamento è un Triathlon Olimpico, per cui punto ad allenarmi bene perlomeno con la bici.”
 
AB: “Sappiamo che prima di questo infortunio ti eri rotta sei volte il ginocchio, fatta male ad un piede, fratturata una caviglia e avevi avuto anche problemi alla schiena. Premesso questo, ti chiedo se ti succede mai di avere dei momenti di assoluto sconforto, o rabbia?
Marta: Se sapessi che servisse a qualcosa, allora mi arrabbierei, (Ride) ma so che è meglio reagire positivamente e quindi cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno: 1) non sono completamente ferma; 2) appena riaprono le piscine potrò nuotare con il pull buoy; 3) riesco a pedalare senza particolari problemi; 4) ho la palestra a casa a mia, a mia completa disposizione e la sto usando.
 Ecco, in un certo senso anche nella sfortuna mi sento privilegiata. Quindi mi consolo così e so che lavorando bene riuscirò a velocizzare il mio recupero. Proprio ieri ho ripreso a correre …. e spero di continuare a farlo intensificando giorno dopo giorno il carico di lavoro durante questo mese di clausura”.

 
AB: “Come hanno reagito le persone che ti stanno vicino alla notizia del tuo infortunio? Ti hanno consolata e coccolata?” 
Marta: Mi prendono in giro, altro che coccole! Un infortunio non è la fine del mondo, e se perdi qualche gara ti puoi rifare più avanti. Bisogna reagire … e l’entusiasmo non deve mai mancare!”
  
AB: “Sei scaramantica?” 
Marta: “Beh, io credo che ogni atleta abbia i suoi riti e le sue personali scaramanzie.”
 
AB: “Qual è la tua scaramanzia pre-gara? Hai una liturgia tutta tua?” E inizia molto prima della gara?”
Marta: No no, inizia circa cinque minuti prima …Però sono molto concentrata e metodica, guai a chi mi parla il giorno della gara!”
 
AB: “C’ entra la religione nei tuoi rituali scaramantici? Sei credente e praticante?” 
Marta: “Poco, poco. Direi che la mia è una spiritualità molto laica, una semplice ricerca del contatto con me stessa per trovare concentrazione e sconfiggere le paure.”
 
AB: “Quando arriva la tensione prima della gara?” 
Marta: “Mah, il giorno che precede la gara lo passo a “smontarmi”, nel senso che emerge in me un’insicurezza che tende a minare tutte le certezze. Poi, per fortuna, supero tutto 5 minuti prima della gara, quando riesco a trasformare l’insicurezza in forza ed energia positiva.”
 
AB: “Allora raccontaci qualcosa di più su quei cinque minuti che precedono la gara!” 
Marta: “Beh qualche cosa vorrei tenerla per me, non posso raccontare tutto!” (Sorride e saluta)
 
Aris Baraviera, Milano, 13 marzo 2020.


“MAX” ROVELLI: ELEGANZA, FRAGILITA’ E FORZA

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Massimiliano Rovelli (Max) che abbiamo conosciuto nei precedenti articoli, è di aspetto assai giovanile e dal portamento elegante. Milanese di nascita ma residente a Vigevano, si è inserito perfettamente nell’ambiente in cui vive, nonostante sia uno dei pendolari che quotidianamente fanno avanti indietro dal centro di Milano. Alcune volte in treno, altre volte in macchina o in scooter.
Quando lo incontro, in centro a Milano, veste in modo informale, ma con capi che rivelano grande eleganza e ottimo gusto: pantaloni di velluto grigio fumo a righe, e una giacca piuttosto aderente che gli mette in risalto le spalle ampie e squadrate. Sulla camicia chiara spicca una cravatta color lilla. Ci sediamo ai tavolini deserti di un bar, ordiniamo del prosecco e chiacchieriamo, scacciando i pensieri del Coronavirus per almeno mezz’ora.
 
AB: “Qual è il tuo idolo in ambito sportivo?”
Max: “Mi ispiro a Baldini, maratoneta, mezzofondista e campione olimpico ad Atene nel 2004.  E’ biondo con gli occhi azzurri, mi assomiglia. (Ride) Mi piace molto di testa …è un grande! Nel calcio invece ho amato Roberto Baggio, Platini e Del Piero: ho sempre apprezzato la fantasia… l’estro.”  
 
AB: “A parte Baldini, a chi ti senti di somigliare?”
Max: (Ride) “I miei amici mi chiamano il Kevin Costner dei poveri …”
 
AB: “Anche i tuoi sono nati a Milano?”
Max: “Sì, Milano. Mio padre era un giocatore dell’Inter degli anni Cinquanta. Ha giocato anche al Vigevano, al Soresina e in Calabria. Era una mezzala sinistra forte. Ha giocato anche con Bearzot!” (L’espressione del viso diventa molto fiera)
 
AB: “Hai iniziato a lavorare presto?”
Max: “Sì, anche se non ricordo precisamente la data. Quando studiavo ed ero poco più che un bambino aiutavo già il fruttivendolo sotto casa mia. Lo facevo perché mi piaceva, non per soldi. Mio padre allora mi dava ben 50.000 lire alla settimana per le mie spesette, ed era una bella cifra! Cmq il lavoro vero è iniziato in un’azienda di galvanica, facevamo lavorazioni sull’alluminio. Io sono perito meccanico. Sognavo di diventare collaudatore, perché la mia passione erano le macchine e i motori. Dopo il militare però sono andato in Rinascente, dove mio padre ricopriva il ruolo di dirigente. Poi, un po’ per caso, sono arrivato dove sono ora, cioè negli uffici di un teatro…”
 
AB: “Perché non sei riuscito ad intraprendere la strada da collaudatore?”
Max: (Riflette un attimo prima di rispondere)Mah, sai… i miei genitori mi seguivano abbastanza, per quello che potevano… (adesso sembra perplesso) perché erano già separati. Si sono lasciati nel 1978, quando io avevo solo dieci anni. Ecco, non dico che siano stati i primi a beneficiare del divorzio in Italia …ma nella mia scuola ce n’erano pochissimi che avevano i genitori separati, forse due! Per alcuni anni ho sofferto un po’, perché mi è venuta a mancare la terra sotto i piedi …. e forse sono stato un po’ fragile e poco equilibrato. Non avevo problemi particolari nello studio … non sono mai stato bocciato, né ho mai avuto esami di riparazione, ma per fare il collaudatore sarebbe servita più stabilità, più impegno nello studio e due genitori più liberi mentalmente di seguirmi e sostenermi.”
 
AB: “Come sei cambiato rispetto alla persona che eri una volta?”
Max: Prima ero più pignolo e rigido. Da un po’ di anni lo sono meno, mi sono ammorbidito. Sono sempre stato curioso, ma ora lo sono ancora di più. La mia forza è che ascolto, ascolto tanto e osservo per carpire tutte le informazioni possibili, poi ‘rubo il lavoro’ e miglioro.”
 
AB: “Che sensazione susciti alle persone che incontri?”
Max: Invidia, ad esempio il mio amico Alberto è invidioso delle mie prestazioni nelle gare podistiche. In allenamento risponde colpo su colpo, ma in gara non riesce a esprimere tutto il suo potenziale e quindi si attapira ...” (Ride di gusto)
 
AB: “A parte gli scherzi, davvero sei oggetto di invidia?  
Max: C’è tanta invidia nella società, la sento sulla pelle, nelle piccole cose come nelle grandi. A volte sembra quasi il motore che fa girare tutto…” (Il tono della voce è diventato molto serio)
 
AB: “Hai qualche rimpianto in ambito sportivo?” 
Max: “Beh, se fossi stato seguito un po’ di più da bambino e da ragazzo, forse avrei potuto giocarmi le mie carte nel mondo del calcio. O almeno credo. Dico calcio perché negli anni Ottanta non era ancora di moda il running, c’era l’atletica … ma io non la praticavo. Comunque va bene così, la vita è bella lo stesso.”  (Sorride e sembra felice o perlomeno sereno)
 
AB: “Come ti ha cambiato il running?” 
Max: Mah, non saprei. Forse sono diventato solo più salutista. In ogni caso il running richiede fatica, costanza e altruismo, ed è per questo che magari ti migliora un po’. Devi sempre dare senza se e senza ma.”
 
AB: “Il running è una filosofia di vita? Solo se impariamo ad accettare e sopportare il dolore attraverso la resilienza possiamo raggiungere i nostri obiettivi?” 
Max: Sono un tipo pratico, e queste cose per me lasciano un po’ il tempo che trovano. Non mi piacciono i voli pindarici. Credo che sia giusto sognare, ma lo è ancora di più avere i piedi ben piantati per terra. Nella vita tutti vorrebbero essere bravi come Ronaldo, ma di Cristiano Ronaldo ce n’è uno solo, gli altri devono volare basso …”
 
AB: “Sei credente?” 
Max: “Sono cattolico anche se vado raramente in chiesa. Credo molto negli angeli protettori, ognuno di noi ne ha uno.”
 
AB: “E ti proteggono durante le gare?” 
Max: (Sorride) No dai, non confondiamo il sacro con il profano …”
 
 
AB: “Le gare più belle o quelle a cui sei più affezionato?” 
Max: (Ci pensa un attimo) “La Maratona di Nizza e la Scarpa d’Oro di Vigevano. Ma ce ne sono tante di gare belle davvero!”
 
AB: “Ma che fine hanno fatto le ragazze che correvano con voi qualche anno fa?” 
Max: “Ci hanno schiodato, siamo rimasti solo noi maschietti: io, Francesco, Andrea e Alberto. Che amarezza!” (Sorride)
 
Aris Baraviera, Milano, 1marzo 2020.

 

GUERRA E PACE

GUERRA E PACE
Alle 7.45 di sabato 15 febbraio, Massimiliano Rovelli è in Piazza Ducale a Vigevano, dove un tempo c’era la parte posteriore della Chiesa Cattedrale e dove ora sorge la facciata barocca del Duomo. E’ lì davanti. Da qualche minuto sta aspettando l’arrivo di Andrea e Francesco per la seduta odierna di allenamento che li vedrà impegnati insieme in un percorso lungo circa 24 km.
Max oggi sente i piedi pesanti e ha come l’impressione che non riuscirà a correre, che le gambe non si muoveranno come dovrebbero. E’ convinto che non riuscirà a tenere il passo neppure con le signore del vicinato che stanno facendo la loro passeggiata ad andatura sostenuta.  E’ reduce da un trittico di gare che l’ha un po’ sfiancato: Il 19 gennaio era a Novara per la Mezza Maratona di San Gaudenzio, il 2 febbraio alla Mezza Maratona di Bergamo e il 9 febbraio alla Mezza del Castello di Vittuone. Spesso rigidità muscolare, accumulo di acido lattico e dolori ai legamenti durano giorni e giorni, e raccontano di battaglie combattute aspramente. E mentre sta pensando all’acido lattico, ecco arrivare i due amici che stava aspettando. Si salutano goliardicamente, poi iniziano a sfottersi subito, quasi a voler esorcizzare la fatica che oggi li attende.
 
A Vigevano la piazza la chiamano “il salotto” perché d’estate ci si può sedere ai tavolini ad ammirare gli affreschi e a percepire l’armonia di una regale anticamera d’ingresso all’imponente Castello visconteo-sforzesco. Sotto i portici le botteghe, un tempo occupate dai commercianti di lana e seta, oggi offrono shopping di qualità o hanno lasciato spazio ai bar, alle gelaterie e alle pasticcerie. I tre runner sembrano attratti da una vetrina piena zeppa di cioccolatini, ma poi decidono come al solito di recarsi al bar dagli amici Maurizio e Cristina, che dista pochi passi dalla piazza.
Appena usciti dal bar, Max, Andrea e Francesco iniziano a lentamente a correre, con l’obiettivo di arrivare ai laghi di Santa Marta che distano poco più di 10 km dal centro di Vigevano. L’allenamento inizia precisamente alle 8,00, il suono delle campane accompagna i loro passi che si dirigono verso il Ticino e verso la nebbia della campagna vigevanese.
 
Max oggi fa fatica a stare al passo con gli altri due. Ha le gambe indurite e non respira correttamente, anche perché continua a chiacchierare trattenendosi a stento dal ridere. Francesco è solo apparentemente più serio. L’apparenza svanisce quando racconta ad Andrea di aver appena regalato a Max la rivista “Motociclismo”, contrariamente a quanto aveva fatto lo scorso anno, quando aveva scelto di donargli l’abbonamento alla rivista “Correre”. Francesco prende in giro Max. Ride e scommette con Andrea che nei prossimi mesi l’amico trascurerà la corsa a beneficio della nuova super moto enduro che ha appena comperato. Ripete il concetto più volte prima di aumentare il passo, distanziando gli altri due e incurvandosi come a voler essere aerodinamico. Max reagisce insultando Francesco e chiamandolo “Nano maledetto” come a voler sottolineare la buffa postura. La prima parte dell’allenamento è così, decisamente frivola e scanzonata come spesso accade ai tre, che adesso continuano ad insultarsi.
 
Passa qualche minuto e il silenzio finalmente prende il sopravvento. I runner hanno appena ingranato la marcia e l’allenamento sembra farsi serio. Ora l’aria entra dolcemente nel loro petto e poi esce. I cuori si espandono e si contraggono silenziosamente a velocità regolare. I polmoni come mantici instancabili, portano ossigeno ai loro corpi. Sembra quasi di sentirne distintamente il fruscìo.
Prima di arrivare ai Laghi di Santa Marta, i ragazzi passano vicino al campo da golf Selva Alta Sporting Club dove incrociano i golfisti con i loro carrellini. Quando arrivano alla meta sono praticamente al giro di boa.  Ora Max si sente rigenerato, le gambe finalmente girano bene, il dolore è passato.  
I Laghi di Santa Marta sono due bacini dalla circonferenza di circa 1 chilometro ciascuno. La profondità massima è di 23 metri. In prossimità dei laghetti scorre un gradevole ruscello che per un po’ affianca i runner e c’è una fontanella dove i tre hanno appena bevuto.
 
Lasciando i laghi, Max e compagni si avviano poi verso una salita in cima alla quale tempo fa avevano incontrato una volpe bellissima e spaventata. Dopo la salita arrivano alla frazione della Sforzesca dove c’è un piccolo cimitero. Passato quello, si sentono in dirittura di arrivo, e ora procedono decisi e sereni. Quando corrono, e smettono di chiacchierare, semplicemente corrono, nel vuoto.  In quella sospensione spazio-temporale, pensieri ogni volta diversi si insinuano nelle loro menti. Si formano e ruotano attorno al nulla. Sono pensieri leggeri come nuvole che vagano nel cielo.
 
Mentre rientrano verso il centro di Vigevano, i tre riprendono a chiacchierare e a punzecchiarsi come se non ci fosse un domani, pur essendo ormai in debito di ossigeno. Max avverte distintamente anche una certa secchezza delle fauci e ricorda con nostalgia l’allenamento in cui si era fatto scortare dalla compagna Simona, che lo seguiva in bici e amorevolmente gli passava la borraccia ogni 5 chilometri.
Ora Max sente molto la fatica e avverte distintamente un dolore. Il dolore del corridore non solo è un dato ineluttabile ma diviene quasi un segno di appartenenza, un vessillo, è il dolore che scaturisce dalle “ferite”. Ferite di una guerra che nessuno gli ha chiesto di combattere, ma che non per questo è meno vera e non per questo fa meno male. 
L’allenamento finisce in piazza Ducale, praticamente lì dove era iniziato, verso le 9.45. Dopo essersi affondati le ultime stoccate, i tre si abbracciano calorosamente come a voler sancire una sorta di pace, o perlomeno una legittima tregua. In ogni caso ora si sentono in pace con loro stessi. E questo dopo un allenamento è l’unica cosa che davvero conta.
   
Aris Baraviera, Milano, 16 febbraio 2020.


IL CACCIATORE DI LEPRI -Nuova intervista a Massimiliano Rovelli-

IL CACCIATORE DI LEPRI -Nuova intervista a Massimi...
AB: “Massimiliano, è così importante per te il running?”
Max: Il running mi aiuta tanto. (Sospira) Mi aiuta perché scarico lo stress. La regola è che non devi pensare a nulla mentre corri. Se hai un problema non te lo devi portare dietro, perché altrimenti ti blocca. Devi correre lasciando scorrere tutto. Ecco, non devi  pensare proprio a nulla. La corsa deve essere un momento tuo,  di libertà e di godimento, solo così resetti veramente tutto. Appena ti viene in mente qualcosa di strano, il fiato ne risente sùbito e sei spacciato! Dopo la corsa invece, se ti sei allenato bene ovviamente, puoi affrontare tutto con uno spirito nuovo. E puoi  dare alle cose e ai problemi la giusta importanza che hanno, senza  esagerazioni. ”
 
AB: “Ti alleni da solo o preferisci la  compagnia?”
Max: “Mi alleno quasi sempre in compagnia. Amo il gruppo e cerco di condividere con gli altri le tabelle di allenamento, le gare e più in generale tutti gli obiettivi sportivi e ricreativi ”
 
AB: “In base a quali caratteristiche scegli il parco dove allenarti?”
Max: “La prima cosa che guardo è se c’è o meno una fontanella, specialmente se devo fare un percorso lungo. Poi credo sia importante avere una salita o perlomeno un ponticello, se ti devi allenare a fare delle ripetute o se hai una tabella di allenamento variabile. Poi ancora è importante essere lontano dallo smog, quindi meglio un parco molto verde e meglio ancora se è lontano dalle tangenziali o dalle strade trafficate. Come ultima cosa,  mi viene in mente che sarebbe utile disporre di una certa variabilità di percorsi, dove puoi scegliere quello che ti serve in un dato momento: asfalto, erba o sterrato.”
 
AB: “In quali parchi ti alleni solitamente?”
Max: “Quando corro con i miei amici di Settimo Milanese andiamo al Boscoincittà, al Parco di Trenno e al Parco delle Cave. Se corro invece dalle mie parti, e intendo vicino a Vigevano, allora andiamo  sulle sponde del Ticino. Qui non c’è un vero e proprio parco, ma è più un percorso per runner e ciclisti.”
 
AB: “Quando sei costretto a stare fermo, quanto ti manca la corsa?”
Max: “La chimica del running è incredibile … le endorfine sono come una droga! Quando non riesco a correre, perché sono impegnato o perché ho un problema fisico, mi sento un animale in gabbia … e non vedo l’ora di uscire! Io in genere esco con la nebbia, con la pioggia e con la grandine ….se voglio uscire esco !” (Sembra carico come una molla)
 
AB: “Durante la corsa quale dei cinque sensi ritieni sia più utile? Quale usi di più?”
Max: “La vista, sicuramente. Durante la gare, fissare le gambe della famosa ‘lepre’ è sempre utile e non è un caso che Eliud Kipchoge a Vienna, per scendere sotto le 2 ore,  si sia avvalso del loro aiuto…
Poi possiamo distinguere due scuole di pensiero: quelli che si mettono in scia dei runner veloci  facendosi appunto trascinare, e quelli che si incollano dietro alle belle ragazze e  osservano i loro glutei per distrarsi dalle fatiche della corsa …”
 
AB: “E tu che tipo di ‘lepre’ segui?”
Max: ”Il runner veloce. Ti confesso che mi è capitato di seguire anche la bella donna …”
(Ride)
 
AB: “Come è cambiata la tua dieta da quando corri?”
Max: “Beh, innanzitutto la corsa ti permette di mangiare un po’ di più visto che bruci tante calorie. Io sono un mangione e grazie alla corsa mi posso permettere qualche piatto in più ... Quando sei sotto gara però devi seguire un’alimentazione bilanciata e soprattutto non puoi permetterti di mangiare come se non ci fosse un domani…”
 
AB: “Nella rubrica Il mondo di Carlo abbiamo trattato temi ambientalisti. Volevo chiederti quanto tu ti senta ambientalista e cosa ne pensi della battaglia che sta facendo Greta Thunberg?”
Max: “Penso che ci volesse proprio una Greta per sensibilizzare i popoli e per dare una scossa. Ormai credo che non ci sia troppo tempo da perdere, perché quello che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti. In Australia sono morti tantissimi animali ed è stata una cosa tristissima … io penso che l’uomo debba imparare dagli animali il rispetto della natura. Perché da quello che sta succedendo è troppo chiaro che i veri ‘animali’ siamo noi! Io auspico che possano nascere tante Greta perché la battaglia è urgente e impegnativa. In Italia mi è piaciuto molto quello che ha fatto Michela Brambilla. Ammiro la sua battaglia di sensibilizzazione e di rispetto per gli animali.” (Emotivamente sembra molto coinvolto)
 
AB: “Qual è il tuo libro preferito? Romanzo o libro sulla corsa? ”
Max: Uno dei libri che mi è piaciuto di più in assoluto è ‘Open’ del tennista Andre Agassi. Lo consiglio veramente a tutti. Sulla corsa ho trovato interessante ‘Correre è una Rivoluzione’ di Vijay Vad. Ora vorrei leggere ‘Mi chiamavano professor fatica’ di Luciano Gigliotti e Claudio Rinaldi.”
 
AB: “Come è cambiato il rapporto con la tua compagna Simona da quando fai running? ”
Max: (Sorride) I primi anni Simona era un po’ rigida e mi faceva pesare le uscite di allenamento. Poi ha capito che il running mi fa stare bene ed è diventata più permissiva.  Sto cercando di portarla nel favoloso mondo del running,  ma per il momento lei resiste con la sua palestra…”
 
Aris Baraviera, Milano, 01 febbraio  2020.


RUNNING, VALORI E FORME- Intervista a Massimiliano Rovelli-

RUNNING, VALORI E FORME- Intervista a Massimiliano...
AB: “Massimiliano, nel primo articolo abbiamo raccontato la tua metamorfosi da calciatore a runner, ti chiedo se possiamo definirti uno specialista della mezza maratona.”
Max: (Sorride)“Direi di sì, dopo sette anni di attività posso dire che è sulla mezza maratona che riesco a performare meglio ...”
 
AB: “Sappiamo che corri i 5km in 22’, i 10km in 45’, la mezza maratona in 1 h e 38’ e la maratona in 3 h e 50’ . Sbaglio o la distanza più lunga ti taglia un po’ le gambe?”
Max: “Beh sì, non solo a me direi … In effetti è vero e vorrei migliorare il mio personale proprio sulla maratona. Mi piacerebbe scendere a 3 h 40’. Tieni presente che scendere di 10 minuti è già tanta roba … Vediamo se avrò la costanza di allenarmi per arrivare a questo traguardo. Oggi mi alleno tre volte alla settimana, quattro in prossimità delle gare, dato che ho scelto una tabella di allenamento con carichi di lavoro di media intensità,  comunque non massacranti.”
 
AB: “Hai fatto poche maratone, vero?”
Max: “Il mio approccio alla maratona è stato un po’ sfortunato,  perché quando ho iniziato ad allenarmi per questa distanza ho subìto una serie di problemi alla bandeletta ileotibiale che mi hanno penalizzato molto. Vero comunque, ne ho corse poche.”
 
AB: “Quindi hai avuto molti infortuni?”
Max: “No, direi di no, perché oltre alla bandelletta ho subito pochi acciacchi e nulla di particolarmente grave e duraturo. E’ che con la bandeletta ci ho messo un po’ di tempo a convincermi che ero guarito davvero. Mi sono trascinato un po’ una certa sensazione psicologica di vulnerabilità ...”
 
AB: “Nell’articolo della settimana scorsa abbiamo raccontato che usavi l’applicazione Runtustic a San Remo. Che importanza hanno avuto per te i supporti di allenamento come il GPS?”
Max: “Le prime uscite da runner le ho fatte con il telefono legato al braccio, utilizzando l’applicazione Runtustic. Mi sono evoluto però, ora uso un orologio con funzione GPS, anche perché quando percorri lunghe distanze  ti pesa il braccio, ti dà proprio fastidio.”
 
AB: “Per quanto riguarda l’abbigliamento, qual è l’accessorio che secondo te è più importante?”
Max: (Riflette un attimo prima di rispondere)D’inverno curo molto l’abbigliamento tecnico, soprattutto se fa molto freddo. Uso delle magliette termiche, in primis quella chiamata ‘primo strato’. In pratica sotto la maglietta a maniche corte io ne indosso una a maniche lunghe. Comunque, per rispondere alla tua domanda, credo siano le scarpe l’accessorio più importante. Penso che andrebbero cambiate ogni 500/600 km percorsi per preservarsi da infortuni e da risentimenti alla schiena.”
 
AB: “Sei iscritto a qualche società sportiva? Per chi gareggi?”
Max: “No, io non sono iscritto a società sportive, ho una tessera che si chiama Runcard che mi consente di partecipare alle attività agonistiche che mi scelgo di volta in volta. Appartenere ad una società sarebbe molto impegnativo a mio parere e preferisco gestirmi così. Tre degli amici che corrono con me hanno la Runcard;  il quarto, Francesco,  è iscritto invece ad una società sportiva di Reggio Calabria.”
 
AB: “Francesco è forse l’amico che ti ha dato preziosi consigli sul mondo del running, giusto?”
Max: “Francesco Greco mi ha fatto innamorare del running. A lui sono grato prevalentemente per questo. Mi ha trasmesso la passione prima ancora di darmi ottimi consigli. L’ho conosciuto credo nel 2012 e grazie a lui sono cresciuto tantissimo come conoscenza di questo entusiasmante mondo. Lui sia allena come me tre volte alla settimana, però è più maratoneta di me, nel senso che lui lavora sulle distanze più lunghe rispetto alle mie.”
 
AB: “Che valori ci sono nel mondo del running? Qual è il tuo senso di appartenenza?”
Max: (Assume un’espressione molto seria) “Beh, credo che nel running ci siano valori importanti come il rispetto, il senso di aggregazione e la puntualità. Io li chiamo valori ma li puoi considerare semplicemente come doveri dello stare assieme, del condividere qualcosa con gli altri… Io non amo allenarmi da solo, mi piace correre in gruppo e per questo, a maggior ragione, tali regole diventano importanti per andare d’accordo e condividere un ideale comune.”
 
AB: “Alcuni amici ti descrivono come una persona intelligente, brillante, leale, altruista e coraggiosa. Cosa mi dici in proposito?”
Max: (Ride arrossendo un po’) “Sono troppo amici … e non mi sembrano particolarmente lucidi nel giudicarmi.  Sono  tropo buoni …perché  io sono pieno di difetti!”
 
AB: “Qualcuno però sostiene che sei pignolo, igienista e fissato con le pulizie: è davvero così?”
Max: “Sì sicuramente sono pignolo … Però con le pulizie adesso sono un po’ meno fissato di prima … Comunque sono molto ordinato, e la mia compagna non è da meno … ci siamo trovati. Nei miei cassetti tutto deve essere sempre al suo posto … l’ordine mi rilassa parecchio.” (Ride di gusto)
 
AB: “Il soprannome Trivella te lo sei guadagnato perché lavoravi sulle piattaforme …? Oppure  perché  ti prendevi cura di un’altra tipologia di “forme”, ovvero quelle più “curve”?
Max: ”Vedi, io ho passato anni d’oro da single … Mi sono separato nel 2004 e per alcuni anni mi sono dato da fare … da qui il nome Trivella!“  (Ride con evidente soddisfazione)
  
Aris Baraviera, Milano, 26 gennaio 2020.


LA LEVA CALCISTICA DELLA CLASSE 1968

LA LEVA CALCISTICA DELLA CLASSE 1968
Sole sul tetto dei palazzi in costruzione
Sole che batte sul campo di pallone
E terra e polvere che tira vento
E poi magari piove …
 
Massimiliano Rovelli, per gli amici Max, prima di diventare un runner aveva quasi sempre solo giocato a calcio, vantando l’appartenenza alla leva calcistica della classe 68 resa gloriosa dalla canzone di De Gregori.  Aveva iniziato da bambino nei pulcini dell’Aics Olmi, che era la squadra dell’omonimo quartiere nei pressi di  Baggio, a Milano. Da piccolo lui era una scheggia e puntava tutto sulla velocità. Faceva la punta, e i difensori avversari non lo prendevano mai.  Imparare l’arte di sfuggire alle “ciabattate” della madre lo aveva trasformato nel giocatore più veloce della sua squadra.
 
In età adulta, cioè negli anni Novanta, Max come molti suoi coetanei era approdato al calcio a 5 nei campetti milanesi fatti di erba sintetica. Max non amava solo praticare lo sport, amava soprattutto la compagnia e quelle interminabili serate, dove oltre al calcio giocato c’era poi, a seguire,  quello commentato al bar o in pizzeria.  Si iniziava sempre con l’argomento Juve, per poi passare al  Milan o all’Inter, e si finiva inevitabilmente --non si sa come-- a parlare di donne: della Schiffer, di Naomi Campbell, della Ferilli o della Cucinotta. Erano serate spensierate vissute intensamente nella Milano dei sindaci Pillitteri, Formentini e  Albertini, una città profondamente diversa da quella attuale.
 
Nonostante le sue brevi infatuazioni per il tennis, per la mountain bike e per lo sci alpino, gli anni del calcetto per Max sembravano destinati a durare per sempre.  E così probabilmente sarebbe andata  se non fosse stato per una specie di sfida a cui si era prestato all’inizio dell’anno 2013.  Un collega, con cui lui era solito praticare jogging al Parco di Trenno, gli aveva proposto di allungare un po’ il giro che abitualmente percorrevano e di provare a coprire un tragitto nuovo di 12 km. Quella insolita sfida lo  aveva stuzzicato,  e così nel giro di qualche tempo il traguardo era stato raggiunto e la sfida vinta da entrambi,  con enorme fatica, ma anche tanta inattesa e stupefacente soddisfazione. Nel mese seguente Max aveva iniziato ad allenarsi al Parco del Ticino con le scarpe da running comprate da Decathlon, a 20 euro. La preparazione era finalizzata alla 10 km della Stramilano del marzo 2013, che poi corse in un tempo che lui definisce “accettabile” e durante la quale venne letteralmente stregato e rapito  dall’atmosfera e dall’entusiasmo di quella manifestazione.
 
 Il vero salto di qualità l’aveva fatto l’estate dello stesso anno, a Sanremo,  dove la sua famiglia d’origine possedeva  una casa di villeggiatura. Lì si era allenato sul lungomare con l’ausilio dell’applicazione Runtastic e aveva imparato ad apprezzare la corsa favorito dai bellissimi panorami e dalla brezza marina. Max amava particolarmente sentirsi la salsedine sulla pelle. Complice un clima ideale , lì per la prima volta aveva anche percepito distintamente l’effetto inebriante delle endorfine prodotte dall’intenso allenamento ed era riuscito a percorrere 21 km in poco più di 2 ore. Abbronzato dal sole agostano e tirato a lucido dalla nuova tabella di allenamento, Max si pavoneggiava mostrando con orgoglio l’abbigliamento da professionista, il suo primo equipaggiamento da runner duro e puro.
 
Da quell’estate in poi era diventato un runner da mezza maratona, anche se non disdegnava le cosiddette tapasciate, le campestri alle quali partecipava nei weekend con amici e amiche  con i quali aveva costituito un gruppo molto affiatato.
Qualche anno dopo, quando  i 21 km sembravano calzargli a pennello,  si era messo in testa di correre una maratona vera e propria, da 42,195 km. Così, grazie ai preziosi consigli dell’amico Francesco, aveva deciso di prepararsi per la Maratona di Roma, in programma il 2 aprile del 2017. Max ricorda ancora distintamente i giorni della preparazione di quella gara,  che lui ingenuamente pensava di poter correre subito in meno di 4 ore.  Ricorda bene il mese di potenziamento, quello dedicato alla resistenza e il terzo in cui aveva forzato un po’ sulla velocità. Ricorda bene anche il  viaggio con gli amici nel Freccia Rossa di quella mattina del primo aprile 2017 in direzione della Capitale. Purtroppo ricorda anche la febbre da stress che lo aveva colpito in hotel la notte prima della maratona e l’ansia da prestazione che gli attanagliava la gola. Le notti dei maratoneti sono infatti spesso popolate di incubi. Lo stress fisico della preparazione ha forti ripercussioni anche a livello psicologico , e le sue sembianze sono quelle di fantasmi che ciascuno si porta dentro. Sono lì quegli spettri. Accompagnano il runner metro dopo metro, e sono le ingiustizie subite, i fallimenti, i lutti e le sconfitte , le occasioni perse e quelle che non si sono mai presentate. Ogni corsa è anche un’arma per far fronte a questi fantasmi.
 
Max era partito  fortissimo alla sua prima maratona e aveva seminato i compagni di avventura. Racconta però che al trentesimo chilometro aveva incontrato e conosciuto il famoso “muro” . Racconta che i muscoli delle gambe si erano bloccati, induriti come una vecchia gomma da masticare. Capacità di resistenza ne aveva ancora e anche la respirazione era regolare. Semplicemente le gambe non gli ubbidivano più. Lui voleva ancora correre, loro no. Si era dovuto fermare e aveva finito la corsa camminando. Aveva commesso insomma tutti gli errori tipici dell’amatore che, in quanto innamorato ma un  po’ sprovveduto, tende sempre a sbagliare per eccesso di generosità. Nonostante questo, oggi Max ricorda la felicità dopo quella prima maratona e la soddisfazione di aver potuto comunque vedere di persona  cosa c’è dietro al  famoso “muro” dei maratoneti, anche se in realtà in quell’occasione ci era andato a sbattere contro.
 
Dopo anni di gavetta, oggi Massimiliano è un runner  fatto e finito. L’occupazione non gli lascia molto tempo libero, ma riesce comunque ad allenarsi almeno tre volte alla settimana. Lavora in un ufficio che supporta  la produzione artistica in un teatro di Milano. Vive a Vigevano con la compagna Simona. Avremo comunque modo di conoscerlo meglio nei prossimi articoli dove cercheremo di tracciare un profilo sia del runner che dell’uomo, dei suoi segreti, vizi e virtù. Per ora possiamo anticiparvi che di lui si parla un gran bene e non solo nel mondo del running, ma diciamo in generale, come persona a tutto tondo. Dicono di lui che sia intelligente, brillante, leale, altruista e coraggioso. Qualcuno sostiene addirittura che  non abbia difetti. Le fonti che ci dicono questo però sono in “conflitto di amicizia”,  per cui vanno prese un po’ con le pinze. Alcune malelingue sostengono che sia un tipo pignolo e igienista, assolutamente fissato con le pulizie e con l’ordine della casa. Noi non sappiamo come stiano effettivamente  le cose e per questo motivo cercheremo di investigare a fondo per scoprire la verità.
Un’altra anticipazione che possiamo darvi è che nel corso delle festività natalizie pare abbia sforato un po’ con la dieta. Si teme infatti che alla prossima maratona possa non farcela a stare sotto il tempo delle 4 ore.
 
… Max non avere paura di non scendere sotto le 4 ore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un corridore
Un corridore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia …
  
Aris Baraviera, Milano, 18 gennaio 2020.